Milano Mercoledì 27 maggio 2015

«Mi sono persa a Expo, e ho scoperto che l'Italia ce l'ha fatta»

Children Park a Expo 2015
© Laura Guglielmi
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Milano - Se c'è una cosa che mi ha stupito a Expo 2015 è che è quasi tutto finito, almeno quello che ho trovato sul mio percorso - sia i padiglioni, sia le infrastrutture - tra cui un giocoso e colorato Children Park, zeppo di bambini che ascoltano in religioso silenzio gli animatori, mentre raccontano quali sono i comportamenti migliori per rendere il pianeta più sostenibile. Non me lo sarei mai aspettato.

E invece, il miracolo è avvenuto. Nonostante il tempaccio e gli acquazzoni, il Decumano e il Cardo sono gremiti di gente, un via vai incredibile, tante le scuole, anche quando scende il buio. Per non parlare delle centinaia di persone che fanno ressa per vedere l'Albero della Vita, tanto discusso, che si illumina dei più svariati colori dall'alto verso il basso, che canta e spara – quando fa buio – fuochi d'artificio. La sera intorno al Padiglione Olandese si balla e si mangia street food: tanti i giovani, anche se siamo in un giorno feriale di inizio settimana.

Per dirla con Carlin Petrini – che incontro subito appena entrata nel padiglione di Slow Food – il sistema Italia ha forse perso una grande opportunità per mettere in risalto le problematiche che riguardano le piccole comunità sparse in tutti i continenti (quelle che producono instancabilmente il cibo che ci nutre in cambio di quattro soldi), mentre si dà più rilievo agli stati e alle grandi industrie. Però, per quanto riguarda l'edificazione delle strutture, bisogna dire che tutto pare abbastanza a posto. Non è perfetto, ma molto meglio di quello che tutti ci aspettavamo. Lavori in corso solo davanti al Padiglione Joomoo: si vocifera che il proprietario sia fallito e che sia stato preso in mano da Alessandro Rosso. C'è ancora qualcosa qui è la di non concluso, però nella traiettoria che ho deciso di percorrere non me ne sono accorta.

Cerco di perdermi senza una regola precisa. Esco dal treno a Rho Fiera Expo2015, e inforco subito il Decumano che taglia in due il sito, e dopo un chilometro e mezzo approdo al padiglione Slow Food, l'ultimo in fondo, che chiude il percorso. Voglio attraversare le zone più marginali, senza decidere prima cosa vedere, e soprattutto non voglio andare nei Padiglioni di cui tutti hanno già parlato. Mentelocale, compreso.

Vorrei mangiare un piatto di insalata, ma anche se il Padiglione Slow Food è costellato di orti coltivati, mi offrono solo formaggi. E vino. Troppo poco, speriamo che presto abbiano un'offerta più ricca. Non dico come quella della scintillante Eataly che si presenta – a metà del Decumano - con decine di ristoranti regionali, anche troppo snob, ma almeno un piatto di pomodori, finocchi, carote e insalata. Vabbè, mi guardo la mostra e mi tengo la fame. Un altro mondo è possibile, ribadiscono le immagini molto belle che scorrono su un video, mostrando le piccole comunità di coltivatori e allevatori, cavallo di battaglia di Carlin Petrini. Giustamente la mostra offre diversi spunti contro un uso scellerato delle risorse, puntando l'attenzione sullo sfruttamento degli animali che ormai sono macchine, mucche costrette a sopravvivere in spazi ridotti e a vivere una vita breve e dolorosa. Io non le mangio in più, così non mi sento in colpa.

Poi ti spiegano perché non è il caso di comprare l'insalata già lavata e impacchettata, per carità non è sana. E così via. Bella contenta mi avvio per salire in cima alla collina Mediterranea: niente di speciale, lassù il mio occhio avido è in cerca di qualcosa di incompiuto, per poterne parlare, ma non vengo soddisfatta per niente. Tutto in ordine, ahimè!

Allora decido di inoltrarmi nel Biodiversity Park, il tempo è uggioso, un vento che ti porta via, trovo il posto dove fanno le insalate, finalmente. Ragazzi molto gentili mi accolgono – data l'ora, il tempaccio e la marginalità dell'area – sono l'unica a chiedere da mangiare. Per dieci euro mi offrono un bicchiere di bianco, due foglie di insalata con le mele e due fettine di pane. Sono tanti i camerieri che si affollano intorno al bancone, un po' più di impegno potrebbero mettercelo. Li redarguisco sorridendo, così aggiungono al mio magro pasto pomodori, carote e cipolle – rigorosamente biologiche, mi dicono – e qualche fetta di pane in più. Ne esco soddisfatta, pensando che sono agli inizi e non è il loro mestiere. Nel salone affianco, un grande supermercato che vende ogni ben di dio, le più importanti marche bio.

Apro la porta di un altro capannone e una gentile signora dall'accento straniero mi fa sedere e dà il via ad un video proiettato su una superficie ad anello, dove scorrono davanti ai miei occhi stambecchi, orsi, aquile, mucche in mezzo al verde, fauna e flora marina, laghi, mare, isole e montagne della nostra bella Italia, scattate nei Parchi Nazionali. Mi commuovo, sì lo devo dire sono felice come una bambina. In un altro stanzone ben allestito grandi pannelli spiegano la storia dell'agricoltura.

Mentre mi soffermo a guardare un video sull'arcipelago toscano, una simpatica signora comincia a narrarmi le bellezze di Giannutri e Pianosa, nonché dell'isola di Montecristo. Faccio qualche battuta su Schettino e l'orribile naufragio del Giglio e lei me ne dice di tutti i colori su quel tragico evento. Abita nell'isola e mi narra le meraviglie dell'arcipelago, evidenziando però le carenze organizzative. Per andare dall'Elba al Giglio, che sono vicine tra loro, ci si mette otto ore perché con il traghetto si deve tornare sulla costa toscana: «si fa prima ad andare a New York». Però mi ha convinto, uno dei miei prossimi viaggetti sarà proprio lì. È possibile che conosca decine di isole croate e non sia mai approdata nell'arcipelago toscano?

Lascio il Biodiversity Park, percorrendo un lungo viale alberato dove fanno bella mostra di sé piante italiane, un lungo viaggio dalla Sicilia alle Alpi, e approdo al Cluster delle Zone Aride. Pannelli colorati descrivono attraverso le immagini zone spettacolari del pianeta. Straordinaria la foto della coltivazione delle palme da dattero e patate in Algeria, cerchi verdi sullo sfondo giallo del deserto, fotografati dall'alto. Oppure quella dei peperoncini messi ad essiccare nel deserto cinese. Altri pannelli raccontano come si stiano cercando strumenti per permettere alle donne e ai bambini africani di portare l'acqua a casa senza fatica, come l'Hippo Roller. Ma cos'è una zona arida? È una regione dove la quantità di acqua è inferiore alla perdita d'umidità.

Lo sapete quanti litri d'acqua ci vogliono per una tazza di the? 35. Per una di caffè 140, per produrre una mela 70, un arancio 50, un uovo 135, un bicchiere di vino 120, un bicchiere di birra 75, uno di latte 200. E nel 2025, se continua così, i due terzi degli umani saranno costretti a vivere in zone con poca acqua. #Sapevatelo.

Tubi appesi al soffitto, quando c'è il vento, vanno in collisione e riproducono i suoni delle tempeste nel deserto. È tutto pronto, ma non tutti i Paesi sono riusciti ancora ad aprire il loro spazio. Il Cluster delle Zone Aride ospita Eritrea, Gibuti, Giordania, Mali, Mauritania, Palestina, Senegal, Somalia. La grafica dei nomi delle nazioni, affianco ad ogni singola entrata, rappresenta il segno che lasciano i pneumatici sulla sabbia. Subito sulla destra lo spazio dedicato alla Palestina, niente di particolare un video e tanto artigianato con statue in legno che rappresentano la Sacra Famiglia. Il responsabile mi racconta che ormai la Palestina è un paese sicuro, se si pensa alla Libia o alla Siria, che infatti non sono presenti ad Expo. Gli faccio notare che il loro stand è un po' cristianocentrico, nessuna traccia degli arabi musulmani, ma per sua fortuna arriva un'amica che lo chiama e mi abbandona senza rispondermi.

Lì vicino, il Cluster Isole, Mare e Cibo – sono presenti Caricom, Comore, Repubblica Democratica di Corea, Guinea Bissau, Madagascar e Maldive – mi accoglie con un pannello che descrive come le nuove isole emerse da poco sono quelle formate dalla spazzatura, la più nota è la Pacific Trash Vortex, che ha un diametro di 2500 chilometri, profonda trenta metri e composta per l'80% da plastica. Pensando che qualche tour operator originale prima o poi si inventerà una vacanza esotica su quest'orribile isola, volgo la mia attenzione preoccupata altrove e mi soffermo su una frase di Alexander Pope: Il mare unisce i Paesi che separa.

Mi imbatto anche nel quartier generale dei Social Media Manager di Expo, che in una conferenza aperta al pubblico, stanno dialogando con i Responsabili dei padiglioni su come diffondere le notizie su Twitter e social network vari. Tutti in fervente attività.

Il Padiglione Egiziano punta tutto sulla tecnologia e l'interazione, con un bel paio di occhiali faccio una crociera sull'antico Nilo; entro con una scolaresca dentro uno schermo mentre passa un carro con i buoi; muovendo le mani davanti ad una proiezione mi vesto da antica egizia, rimango incantata davanti ad una vetrina dove, da una nuvola di fumo, si materializza un danzatore Sufi di dimensioni minuscole. Il cibo dov'è? Non c'è, se non al ristorante del Padiglione.

Ora metto il naso nel Padiglione di Malta e in quello del Montenegro, ricordandomi le belle vacanze passate, in quello Tunisino e poi nel piccolo spazio dedicato alla Grecia. Ma come, una nazione così importante per la storia dell'umanità reclusa in uno spazio così minuscolo? Domando spiegazioni e trovo conferma alle mie ipotesi: «abbiamo altri problemi urgenti in questo momento e non c'erano soldi per allestire niente di meglio»”. Me ne esco triste: sfarzo per ogni dove e lì così poco? Ma non è un paese europeo, che ha formato la nostra cultura?

Scoppia l'acquazzone e sono costretta a entrare nel Padiglione della Coca-Cola, ne avrei fatto a meno, e mi trovo un bottiglia di Coca Zero in mano, in mezzo ad adolescenti pieni di smanie. La guida – cominciando a flirtare con un bel ragazzo dai capelli lunghi – spiega la storia della multinazionale, poi li fa ballare davanti ad uno schermo interattivo, e spiega come si riciclano le bottiglie di vetro più famose nel mondo. Alla fine, buttando quella che ci hanno dato all'entrata in un apposito buco, vengo fotografata, peccato che la foto se la tengano. O almeno a me non la danno. Forse perché ho troppa fretta di uscire.

Ora ho di nuovo fame. Sono le nove di sera, entro nel ristorante tunisino e faccio man bassa al buffet a dieci euro. Come mi piace la cucina araba. Chiedo timida un bicchiere di rosso – domande un po' scomode in questi contesti – e il cameriere mi dice che da domani non solo ci sarà il vino, ma anche la cena servita ai tavoli.

Per guadagnare di nuovo l'uscita e prendere la metro per il centro di Milano – numerosi i treni e le vetture della metropolitana fino a dopo la chiusura giornaliera di Expo – passo davanti a Palazzo Italia, sul Cardo, ma non mi emoziona. Neanche il suo negozio tutto bianco rosso e verde. Tra le cose che di notte spiccano sul Decumano per i loro colori: i Padiglioni del Kazakhstan e i 20 ristoranti regionali, dalla Calabria alla Liguria e stand di varie grandi marche, di Eataly. Lì un motto: «la vita è troppo breve per mangiare e bere male». Là diversi tipi di grano in una piccola mostra, poi un verso dall'Infinito in trentino: «e naufragar, l'è dolze en sto mar».

Lascio Eataly e inforco di nuovo il Decumano per raggiungere l'uscita: mi appaiono il Padiglione Argentino illuminato, quello cinese con un'infinità di fiori gialli che costellano il grande spazio, il Padiglione Uruguayano con un ristorante dai solidi stilemi architettonici, quelli di Thailandia, Malaysia e Lituania. Oppure quello del Brasile con i bambini che – di giorno – fanno la fila per scorazzare sulle reti sospese.

Non mi sono neanche fatta sfuggire lo spettacolo dell'Albero della Vita, mi è sembrato di essere a Las Vegas, davanti al Bellagio, dove sono stata trasportata a forza da un'amica, mentre ero a Los Angeles. È vero, è un po' finto, però mi commuovo, perché – anche se è estremamente pop e anche un po' kitsch – dopo una giornata passata qui dentro mi fa venire in mente che gli italiani ce l'hanno fatta, dopo gli scandali, le brutte figure e le tante paure.

Ha ragione Petrini, però mi sono divertita a girare tutta sola per i Padiglioni, è un po' come fare il giro del mondo, tornare in posti dove sono stata e fantasticare su quelli che voglio ancora visitare. Sempre circondata da stranieri, che mi hanno raccontato i pregi e i difetti dei loro paesi. Insomma un giro del mondo in 53 padiglioni in poco più di un milione di metri quadrati. Credo che sia divertente per i bambini, a tratti molto istruttivo, ed è un vero peccato se tutto questo andrà in rovina. Un vero peccato e una cosa insensata.

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