Teatro Milano Elfo Puccini Mercoledì 22 ottobre 2014

Julia Varley: «L'Odin Teatret, esperienza necessaria»

Julia Varley
© Odin Teatret / Fiora Bemporad

Milano - «L'Odin è un'esperienza che necessariamente tocca. È un fatto di energia: lo spettatore può non capire nulla dello spettacolo e uscire commosso dal teatro. Questo è ciò che conta». Julia Varley è da quasi quarant'anni l'attrice icona dell'Odin Teatret, la creatura nata nel 1964 dal genio di Eugenio Barba che ha ridefinito in mezzo secolo di lavoro il concetto stesso di performance teatrale.
Mescolando culture, drammaturgie e attingendo a tradizioni spesso agli antipodi del globo, da cinquant'anni l'Odin Teatret porta in scena la sintesi del mondo: spettacoli che uniscono il danese all'italiano, le lingue dell'africa e la tradizione balinese, riportando al centro della sua riflessione il valore dell'attore e la sua energia.

Fino al 25 ottobre l'Odin Teatret porta sul palcoscenico dell'Elfo Puccini La vita cronica, intenso spettacolo dedicato alla memoria di Anna Politkovskaya and Natalia Estemirova, le giornaliste e attiviste per i diritti umani uccise da mano ignota nel 2006 e nel 2009 dopo essersi opposte al conflitto ceceno.
Uno spettacolo che dal 2011 insegna a «sfuggire al peggiore dei vizi, la speranza», come recita una battuta messa in bocca a uno dei protagonisti: ambientata in Danimarca e in altri paesi d'Europa nel 2031, all'indomani di una terza guerra civile tutt'altro che remota, La vita cronica debutta a Milano con le rappresentazioni all'Elfo. Ne abbiamo approfittato per scambiare qualche battuta con Julia Varley.

Dopo quattro anni di successi per l'Europa, La vita cronica ha finalmente debuttato a Milano. Com'è stata l'accoglienza?
«Ottima: il teatro è sempre pieno in tutte le recite. Per noi è importante tornare a Milano e festeggiare i quarant'anni dell'Elfo e i nostri cinquanta. Ma soprattutto è importante ritrovare i vecchi spettatori e conoscerne di nuovi. E proprio per rinsaldare il rapporto con gli spettatori e trovarne altri abbiamo scelto di accostare alle serate in teatro anche dei seminari».

Molti seminari, come nella tradizione dell'Odin. Perché sono così importanti per voi?
«Perché tra tutte le forme di spettacolo, il teatro è l'unico posto dove servono due esseri viventi allo stesso tempo perché il teatro stesso esista. Servono attori e servono spettatori. È un fatto di energia. E ciò di cui ci accorgiamo come attori è che spesso i giovani non sono abituati a usare questa energia, chiusi come sono nel loro mondo virtuale. Ecco, il teatro libera quello che hanno dentro, come se tutto a un tratto il sangue scorresse in loro più veloce. E i seminari sono un modo per entrare in contatto diretto con loro. A Holstebro, la nostra casa, in Danimarca, il lavoro con i ragazzi è costante».

Trovate differenze tra i giovani italiani e i nordeuropei?
«Generalizzare non è utile, né bisogna distinguere tra giovani italiani e nordeuropei. La vera distinzione è quella tra centro e periferia: i ragazzi che vivono ai margini delle città hanno reazioni molto diverse da chi vive in pieno la vita cittadina, che ha la possibilità di parteciparvi in maniera più piena. Questa è una cosa che non cambia, a Milano come Copenhagen. Proprio per questo motivo preferiamo considerare gli spettatori come individui - e non pubblico - perché ognuno è diverso e arriva alla spettacolo portandosi dietro il suo bagaglio. Che inevitabilmente lo influenza».

L'Odin ha scritto pagine fondamentali del teatro contemporaneo. Il suo valore, ampiamente storicizzato, è stato soprattutto quello di riportare al centro dello spettacolo l'attore, dopo un lungo periodo in cui si dava maggiore importanza al testo e alla drammaturgia.
«Il problema dello spettacolo di oggi è semmai quello di mantenere il testo e la drammaturgia (sorride Julia): mi preoccupa come oggi tutto sia diventato molto, troppo concettuale, nel teatro come nelle arti visive. Si mette in scena l'idea, l'intuizione, ma lo spettacolo manca di carne. Molte compagnie danno troppa priorità all'attore e al corpo, a discapito di un lavoro sul testo e sulla narrazione. La storia, invece, è essenziale. I nostri spettacoli nascevano e nascono ancora come un lavoro collettivo di creazione che trova poi una sintesi nella drammaturgia. Perché il teatro nasce dalla presenza degli attori e dall'insieme, dallo spazio, dalle luci, dal testo e dalla storia che si racconta. Ti faccio un esempio. Ne La vita cronica io suono una padella. Se fosse una performance, ci limiteremmo a dire che sono una musicista molto particolare. Ma la storia carica quel singolo e semplice oggetto di significato: quando tu sai che io sono una migrante e quella padella è l'unica cosa che sono riuscita a portarmi dietro, non è più una semplice padella. È la mia storia».

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