Libri Milano Domenica 19 ottobre 2014

«Quando Franca Valeri imitava la prof del Parini»

Franca Norsa in arte Valeri

Dal 9 al 19 ottobre Franca Valeri avrebbe dovuto essere in scena al Teatro Franco Parenti con Il cambio dei cavalli. Un'indisposizione glielo ha impedito, facendo saltare tutte le repliche dello spettacolo.

Maria Pace Ottieri conosce Franca Valeri molto bene. Per Mentelocale rievoca la grande amicizia che legava l'attrice a sua madre, Silvana Mauri.

Milano - Circondata da amici giovani, Franca Valeri dice di essere diventata una cantastorie a cui si può chiedere com’era Edith Piaf che voleva da lei una canzone, Jean Genet, Arthur Rubenstein, e una folta schiera di registi, attori, musicisti, scrittori che ha conosciuto nella sua lunghissima vita di lavoro.

I ricordi sono tanti, troppi, lo diceva sempre anche mia madre (ndr Silvana Mauri) negli ultimi anni, lamentava un peso quasi fisico come se sentisse sulle spalle un pesante baule da tenere in equilibrio con il dovere di vivere nel presente.

Franca Valeri e mia madre sono state compagne di scuola, prima al ginnasio e poi al liceo Parini di Milano.

Si incontravano tutte le mattine tra le otto e le otto e dieci in piazza Cavour e lì prendevano il tram 2 per raggiungere corso Garibaldi dove per un periodo era stata distaccata la sede della scuola e più tardi a piedi in via Goito, la sede definitiva. Si fermavano a comprare la merenda da un panettiere sul naviglio, ancora per poco scoperto, all’angolo con Via San Marco.

Tra i banchi dell’aureo liceo milanese che ha sempre nutrito l’ambizione di «formare la classe dirigente del paese» è nata la vocazione al teatro di Franca. All’inizio erano imitazioni, della signorina Gisella De Amicis, professoressa di ginnasio, già tinte di interpretazione, poi della maestra di pianoforte, Rita Melzani. Al liceo i bersagli diventano il Cardinale Schuster, Arcivescovo di Milano, con la sua vocina acuta o le "signore bene” di Milano da cui nascerà, con il fondamentale contributo dell’amica Billa, la Signorina Snob, il primo personaggio del suo repertorio.

Ho una fotografia che ritrae le tre amiche, Franca Norsa, Billa Pedroni (poi moglie dell’architetto Marco Zanuso) e mia madre, Silvana Mauri, con il grembiule nero della scuola e la scritta a mano: «All’ombra delle fanciulle in fiore». Tre ragazze originali, esuberanti, intelligenti che leggevano, ridevano e chiacchieravano ininterrottamente, almeno fino a che il buio della guerra non è calato sulle loro vite e le leggi razziali vietassero a Franca di frequentare il Parini.

Silvana era l’affabulatrice, quando prendeva a divagare, Franca, già dotata di un preciso senso del ritmo, la riportava sul binario principale: «In conclusione Silva?», ma era come ascoltare una novella.

Quando Franca Norsa, a vent’anni, con ferrea determinazione, decise di lasciare Milano per frequentare a Roma l’Accademia d’Arte Drammatica, fu Silvana, mia madre a trovarle il nome d’arte. Leggeva Paul Valery e le disse: «chiamati Valeri».

La famiglia Norsa, colta e borghese, non si oppose mai alla scelta della figlia, ma lei sapeva che il padre avrebbe preferito non usasse il cognome di famiglia.

Tutte le volte che Franca aveva uno spettacolo a Milano, veniva a trovare la sua amica Silvana, stringendo al petto un rappresentante della lunga dinastia dei Roro, arrivata oggi a Roro IV, un nobilissimo King Charles. Le loro vite erano ormai molto diverse, ma l’affetto e il divertimento reciproco non si è mai perso. Ricordo la felicità di mia madre quando Franca la chiamò a Roma a partecipare alla sceneggiatura del film Parigi o cara e la mia gelosia di bambina che per un periodo la vedeva sparire per qualche giorno tutte le settimane.

L’ammirazione che mia madre ha nutrito tutta la vita per Franca era venata da un senso di stupefazione: le invidiava il coraggio, l’energia, la capacità di stare bene da sola, la concretezza, la disciplina, la fedeltà al suo lavoro, come a un compagno di vita che esige tanto quanto è capace di dare, una necessità e non una virtù e quella sua passione inscalfibile per il palcoscenico.

Il palcoscenico è stato la vera casa di Franca Valeri, e le compagnie teatrali la sua vera famiglia, a cominciare dai Gobbi, il trio formato con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, per dieci anni anche marito di Franca, vegliati dal paterno «quarto gobbo», il regista Luciano Mondolfo. Dopo mesi di prove al Teatro Valle di Roma, si avventurarono a Parigi dove ebbero un grande successo.

Possiedo ancora il longplaying della Signora Cecioni, non ha mai smesso di farmi ridere, a tutte le età, ma quando pochi anni fa, ho ritrovato tra i libri ereditati la prima edizione di Le donne, libro d’esordio di Franca Valeri, pubblicato nel 1962 da Longanesi, ho capito che la sua comicità nasce dalla scrittura, non avrebbe mai potuto come succede oggi a molti comici, recitare testi di altri.

Col suo sguardo implacabile e scevro da ogni patina di ideologia, capace di snidare nel presente i germi dei futuri conformismi, Franca poteva occupare quel posto vacante tra le scrittrici della letteratura italiana che tra gli scrittori è di Ennio Flaiano. Ma che ne sarebbe stato del «misterioso patto arcano fra un pavimento in legno e una persona» come scrive nel suo ultimo divertente libro Bugiarda no, reticente?

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