Mostre Milano Domenica 20 luglio 2014

Quando a Milano c'era la corsa delle bighe

Milano - Come promesso, per la seconda tappa nell’antica Aurelia Augusta Mediolanum la Milano romana - leggi qui la prima tappa - parlerò del Circo.
Prima della tardiva riscoperta del monumento nel secolo scorso - parti delle fondamenta delle gradinate in alcune cantine di via Brisa e via Morigi e alcuni residui in muratura in via Circo, isolati dalle costruzioni vicine -, si era persa addirittura memoria della sua ubicazione, segnalata soltanto dai nomi di via Circo e delle chiese di Santa Maria ad Circulum e Santa Maddalena ad Circulum, cresciute come funghi sulle rovine presso la curva dell’antico edificio ma che furono demolite nel 1789.

Del circo si conservano anche alcuni tratti (colonne e altro) incorporati in costruzioni e palazzi di epoca successiva e una delle due imponenti torre quadrate dei carceres (creduta a lungo di origine medievale, trasformata nel campanile di San Maurizio al Monastero Maggiore alto oltre 16 metri), ma il plastico con una fedele ricostruzione è visibile negli spazi del Museo Archeologico.

Il Circo fu edificato per volere dell'imperatore Massimiano tra il III e il IV secolo sul letto del torrente Nirone, nella parte occidentale della città, in prossimità dei palazzi imperiali, protetto dall’ampliamento della cerchia muraria e in stretta relazione con la residenza privata dell’imperatore. In questo modo, era a portata di mano per coloro che abitavano fuori dalle mura, ma soprattutto per Massimiano che, servendosi di un passaggio riservato, raggiungeva la tribuna d’onore, senza uscire dai confini del palazzo.

La presenza dell'imperatore durante le corse era molto importante, sia perché spesso celebravano le vittorie sui nemici, sia perché era uno dei rari momenti in cui il divino Erculeo degnava concedersi benevolmente alla vista ai sudditi e faceva ampie regalie in denaro, come si usava a Roma.

Il Circo di Milano, uno dei più grandi dell’impero, fu sicuramente il più grande e il più importante costruito all'epoca della Tetrarchia, basti sapere che nel nord d’Italia solo Aquileia, oltre all'odierno capoluogo lombardo, possedeva un circo.

Il percorso di gara aveva il fondo in sabbia, in latino arena. L'arena misurava circa 460 metri di lunghezza e 67/68 metri di larghezza (con una larghezza media delle gradinate della cavea di 9-11 metri). Era fatto da due piste rettilinee collegate con due curve a 180 gradi e divise da un elemento rialzato, la spina.

All'interno di ogni curva, all'estremità della spina, c’era una colonna, chiamata meta, intorno alla quale i corridori dovevano girare. Il circo di Mediolanum ospitò le corse di carri molto amate dal popolo fino al VI secolo d.C. E ancora nel 604 fu il teatro della proclamazione di Adaloaldo, che aveva solo 2 anni, a re dei Longobardi. Suo padre Agilulfo infatti l’associò al trono. Adoaldo, figlio di Teodolinda, alla morte del padre, regnò dal 516 al 525, per poi essere spodestato e ucciso da Arioaldo, marito di sua sorella Gundeberga.

Nei secoli successivi, il circo venne progressivamente spogliato e demolito, fino alla definitiva distruzione, pare nel 1162, a opera o del Barbarossa, o dei milanesi stessi, per impedire che gli assedianti lo usassero come roccaforte contro la città.

Ma com’era il famoso circo di Mediolanum nel IV secolo? L’arena aveva la forma di un rettangolo molto allungato: uno dei due lati corti era arrotondato, mentre nell'altro si allineavano i carceres, ovvero i box di partenza dai quali prendevano il via i carri. Sul resto del perimetro c’erano le gradinate a emiciclo destinate al pubblico e, più o meno al centro, il pulvinar: la tribuna d'onore.

L'edificio dei carceres era monumentale, ospitava vari locali di servizio ed esibiva due torri collegate da una solenne facciata marmorea. Secondo l'antica usanza greca (vedi Iliade) e in suolo italico quella etrusca i cavalli venivano aggiogati a un carro a due ruote guidato da un auriga.
La biga era un carro trainato da due cavalli; la quadriga da quattro. Nella quadriga solo i due cavalli di mezzo venivano aggiogati, mentre i due all’esterno erano uniti agli altri solo da una correggia che li lasciava più liberi. La maestria del cavallo di sinistra era decisiva perché in curva doveva guidare gli altri tre intorno alla meta. Alla partenza si agitava un panno bianco dando il via libera ai carri che passavano dai carceres all'arena. E lo stesso si faceva all’arrivo. Niente cambia, anche oggi nelle gare automobilistiche per esempio.

La gara simboleggiava anche il ciclo delle stagioni e le fazioni erano quattro: bianca per l’inverno, rossa per l’estate, verde per la primavera e azzurra per l’autunno. Le postazioni di partenza erano dodici, come i segni dello zodiaco. E i giri da compiere sette, come i pianeti allora conosciuti attorno al sole.

Si cominciava la mattina con il trionfale arrivo dell’imperatore circondato dalla sua cortementre il pubblico si accalcava sulle gradinate. La corsa veniva preceduta da un fastoso e folcloristico corteo, avete presente le majorette negli stadi americani? I carri gareggiavano sempre in senso antiorario. I giri effettuati venivano segnalati, abbassando l’uno dopo l’altro sette delfini, posti sulla spina all’altezza dell’arrivo.

Per essere più veloci i carri erano costruiti in legno robusto, ma leggero. La competizione era dura e gli aurighi, nerboruti guidatori allenati a condurre i carri a folle velocità. Guidavano stando in piedi, con la parte terminale delle redini arrotolate intorno al corpo e, come unica protezione, avevano un caschetto di cuoio e dei parastinchi.

Per guadagnare posizioni e terreno dovevano affrontare manovre spericolate. Dovevano avere agilità, occhio e competenza, ma anche scioltezza e gran forza fisica nelle gambe per non rischiare di ruzzolare e finire magari sotto le ruote di un altro carro. Spesso gli aurighi erano schiavi o prigionieri che si sfidavano in gara anche a costo della vita, perché il primo arrivato riceveva un grosso premio in denaro che permetteva di comprare la libertà. Ogni mezzo, anche il più sleale, era buono e per vincere arrivavano persino ad attaccarsi con i pugnali. Gli spettatori tifavano e scommettevano freneticamente sui loro campioni. Qualche volta anche i nobili si esibivano e gareggiavano in pista, incoraggiati dalla folla.

Sono certa che chi ha i capelli grigi ricorderà ancora l’indimenticabile e straordinaria ricostruzione della corsa delle quadrighe in Ben Hur, il celebre film di William Wyler pluripremiato con undici Oscar e interpretato da Charlton Heston. Nell’anfiteatro invece, ricordate Il Gladiatore con Russel Crowe? Ma per l’anfiteatro e altro, vi do appuntamento alla prossima puntata.

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