Milano Domenica 25 maggio 2014

20 anni di Emergency. Cecilia Strada: «La guerra fa schifo»

Cecilia Strada al Tempio d'Oro
© Sara Frea

Milano - «In casa abbiamo tre bambini. Se immagino che possano ritrovarsi in mezzo a una guerra, impazzisco. E allora faccio la mia parte». È così, quasi alla fine della nostra conversazione, che Cecilia Strada mi fulmina definitivamente, rispondendo a una domanda ingenua: "Perché lo fate?".

Sono 6 milioni le persone che Emergency ha curato in 20 anni di attività, dal 1994 a oggi. Mi trovo nella sede centrale di via Gerolamo Vida - fermata Turro della M1 - per chiederle di riavvolgere questa storia in qualità di presidente, ma prima ancora di memoria storica.
Lei è la figlia di Gino, la bambina, ragazza, donna che l'orrore della guerra se l'è visto scaraventare in faccia senza filtri. Dall'inizio.

«Avevo 8 anni e mezzo - racconta - ero sul confine fra Pakistan e Afghanistan in un posto che si chiama Quetta. Ero andata a trovare mio papà che era lì con la Croce Rossa. Il primo bambino che ho visto aveva la mia età e un proiettile nel cervello. Ho capito che il mondo in cui vivevo io era un'isola felice e che la guerra fa schifo. E questa era la brutta notizia. La buona notizia era che ci poteva dare da fare. Se non ci fossero stati i medici quel bambino e tanti altri sarebbero senz'altro morti».

Si potrebbe chiamare imprinting. Qualche anno dopo, Cecilia è diventata una ragazzina e succede qualcosa. «Il 15 maggio del '94 è stata la sera in cui abbiamo chiamato gli amici e gli amici degli amici al Tempio d'Oro per presentare il progetto di Emergency».

Prende fiato, cerca un accendino: «Durante quella serata raccogliemmo 12 milioni di lire che sono serviti per la prima missione in Ruanda. Era il luglio del '94 abbiamo riaperto il reparto di chirurgia d'urgenza di Kigali e quello di ostetricia e ginecologia. Lì sono nati i primi bambini di Emergency».

«Ora ce ne sono tantissimi - sorride - ne facciamo venire al mondo 12 al giorno solo nel centro di maternità che abbiamo in Afghanistan, ma ci capita di farne nascere anche nel centro per vittime di guerra nel Sud dell'Afghanistan. Le loro mamme saltano sulle mine o si beccano una pallottola. Non sono nati e già sono vittime di guerra».

Riannodiamo il filo della storia: «La prima sede di Emergency era a casa nostra, fra scatoloni di materiale medico e un telefono che squillava di continuo. Ci siamo comprati un fax e abbiamo cominciato».
Man mano che il progetto cresce, gli uffici si spostano: «Prima in via Bagutta in un palazzo del Comune, poi in via Meravigli, in via Orefici e nel Palazzo di Telecom che, in passato, ci offriva l'affitto. Adesso siamo in via Gerolamo Vida a nostre spese».

Oggi Emergency finisce sulla copertina del New York Times Magazine, va agli Oscar con il corto Open Heart, ha uffici anche a Roma, 2000 volontari in Italia e altri negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Belgio, Svizzera e Hong Kong, ma i primi tempi è il quartiere l'orizzonte a cui si guarda.

«Cercavamo di far banchetti ovunque, fuori dalla parrocchia, all'oratorio, affiggendo volantini - racconta Strada - Il 20 ottobre 1994, 6 mesi dopo la nascita, abbiamo ricordato il 50mo anniversario della strage di Gorla causata da un bombardamento degli Alleati. Morirono 198 bambini e tutto il personale della scuola Francesco Crespi. Abbiamo sempre pensato che ricordare cosa è stata la guerra qui, serva a far capire cosa sta succedendo ancora altrove».

Ora, due decenni di lavoro alle spalle - qui trovate tutte gli ospedali e i programmi attivi in decine di paesi, compreso il nostro - è tempo di festeggiare qui a Milano, dove è tutto cominciato. «Faremo qualcosa dal 12 al 14 settembre, sicuramente ci sarà un grande concerto, momenti pubblici e altri pensati per i nostri volontari. Il Comune ha appena concesso il patrocinio agli eventi del ventennale, ma visto che ci chiamiamo Emergency, non sappiamo ancora nulla di preciso» ride e spegne un'altra sigaretta.

Le faccio la domanda delle cento pistole. Le chiedo qual è il progetto che le è caro più di ogni altro. Non ha esitazioni: «I programmi sono come figli, si amano tutti, ma io sono un po' più innamorata dell'Afghanistan. Con tutto quello che hanno passato negli ultimi 40 anni c'è da stupirsi che ci siano ancora afghani vivi eppure sono generosi. Hanno una manciata di uvetta? Te ne vogliono offrire metà».

Ma cosa spinge a continuare a remare, a resistere alle bombe e alla morte? «Come dice una nostra volontaria, è vero che non siamo riusciti a fermare la guerra, ma neanche la guerra ha fermato noi. Fino all'altro giorno, nella terapia intensiva di Kabul il più vecchio aveva 13 anni, il più piccolo solo 2. Abbiamo gli ospedali pieni, non ci si può fermare». È lapalissiano. E la mia domanda sembra proprio stupida.

Poi arriva questa frase. «Per fare questo lavoro devi avere delle forti motivazioni. Ognuno ha le sue. Chi le ha religiose, io no, per esempio. Chi dice "Faccio l'anestesista e, come lo farei all'ospedale di Monza, lo faccio in Afghanistan". La mia motivazione è che non riuscirei a stare bene se non facessi la mia parte, sarei schiacciata dal dolore. Poter fare delle cose è il mio modo per reggere a tutta quella sofferenza. In fondo, la mia motivazione è molto egoistica».

Sorrido mentre lo dice, si vede che ci crede. Aggiunge: «In casa abbiamo tre bambini. Se immagino che possano ritrovarsi in mezzo a una guerra, impazzisco. E allora faccio la mia parte» ma questo ve l'ho già raccontato.

All'orizzonte ci sono altri centri sanitari, nuovi ospedali pediatrici. Un sogno, però, è concesso. È piccolo e grande, a seconda dei punti di vista.

«Fra cinque anni - confessa Cecilia Strada - vorrei aver chiuso almeno il programma Italia. Vorrei che, almeno qui, non ci fosse più bisogno di Emergency. L'Italia non è la Repubblica Centrafricana, qui non c'è la guerra eppure il volontariato è fondamentale. Cosa succederebbe se per una settimana il Terzo Settore non potesse lavorare? Cosa accadrebbe nel mense dei poveri? Quanti malati non avrebbero l'assistenza domiciliare a casa? E i ragazzi disabili come andrebbero a scuola? Delegare tanta parte del Welfare al volontariato è una scelta miope, quasi suicida per uno stato».

di Lorenza Delucchi

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