Libri Milano Giovedì 15 maggio 2014

Augusto Bianchi. L'amore negli anni Sessanta

Una ragazza con un look anni Sessanta

Lunedì 19 maggio alle 20.30 Augusto Bianchi Rizzi presenta Tre storie d'amore al Teatro Franco Parenti.
Partecipano gli attori Laura Magni, Corrado Tedeschi, Lucia Vasini, Pamela Villoresi e Gabriella Franchini; la scrittrice Bianca Pitzorno e il magistrato Giuliano Turone.
Ad accompagnare la serata è la musica di Vladimir Denissenkov (bajan), Roberto Durkovic (chitarra), Max Alloisio (chitarra), Eduard Dumitru (violino), Stefan Dumitru (violino), Romeo Tarabana (percussioni). Modera Valeria Benatti.
L'ingresso è libero, ma è consigliato registrarsi a ufficiostampa3@mursia.it.

Milano - «Da figlio unico di madre vedova, non avevo riferimenti maschili, non avevo esperienza. Quei viaggi erano la risposta all'attrazione che provavo per il femminile. Un'attrazione che non avevo né l'autorità né la capacità di gestire». Augusto Bianchi Rizzi parla della sua giovinezza, ma racconta quella di un'intera generazione. La sua nuova fatica letteraria, Tre storie quasi d'amore (Mursia, 2014, pagg. 188, 17 Eur) si muove nel triennio che va dal 1963 al 1965.

Nato nel 1940 a Milano, l'avvocato celebre animatore del salotto del Giove, ha raccontato tre episodi della sua formazione sentimentale che sono dei ritratti di altrettante donne, Jutka, Elena, Montsé - caparbie e un po' folli - conosciute durante le vacanze, due delle quali si svolgono rispettivamente a Bucarest e Budapest che, non serve dirlo, negli anni Sessanta era parte del blocco comunista.

«Andare oltrecortina - racconta Bianchi - voleva dire andare verso il sesso. Nei paesi dell'Est c'era una maggiore libertà sessuale. Le ragazze erano più disinibite, io curioso, più che altro. Mi avventuravo per locali, facevo amicizia, mi muovevo con una Seicento scalcagnata». Così conosce le tre muse del libro che guidano il giovane Augusto in avventure - non esiste un termine migliore per dirlo - travolgenti. Ma fermiamoci qui per non rovinare la sorpresa di storie che dal rosa virano al giallo.

Jutka, Elena e Montsé sono ragazze che mordono la vita come una mela. Tutt'altra atmosfera quella che vive il protagonista (e i suoi coetanei) in Italia: «Non solo le ragazze arrivavano vergini al matrimonio, ma ricordo mia nonna che mi diceva: "Non andare con le ragazze per bene altrimenti le devi sposare"».
E se le giovani donne poco o nulla sapevano di piacere, la controparte non era messa meglio: «Ricordo che ero in prima o seconda liceo. Io e i miei compagni credevamo di aver capito che quando le ragazze avevano le mestruazioni - allora questa parola era bandita, si diceva "sono arrivati gli inglesi" - indossavano un cerchietto o un foulard».

A spazzare via la cappa, trasformando la vita e il desiderio delle donne, è un oggetto piccolo, anzi minuscolo: «La pillola cambiò tutto. Le ragazze si sentivano libere, potevano vivere e il loro atteggiamento cambiava. Da quel momento nulla è stato uguale a prima».

Quel che colpisce in Tre storie quasi d'amore è l'immagine di un giovane uomo con gli occhi aperti, spalancati sul misterioso universo femminile. «Chi ha letto il libro - racconta Bianchi con ironia - ha fatto fatica a riconoscere nel me di oggi, ben più baldanzoso, il ragazzo che sono stato: "Un maschio che ascolta" mi hanno detto, un uomo che non ha alcun obiettivo predatorio».

Quello sguardo pare non essersi perso, ma si fa forte dell'esperienza: «Ho avuto molte donne - chiosa - alcune bellissime, altre brutte, ma non ce n'è stata una che non fosse intelligente e stimolante».

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