Teatro Milano Teatro Franco Parenti Martedì 1 aprile 2014

Skianto. Filippo Timi dà voce al mondo interiore dei disabili

© Neige De Benedetti

In occasione della ripresa di Skianto, in scena dal 20 novembre al 7 dicembre 2014 al Franco Parenti, riproponiamo la recensione pubblicata nell'aprile scorso in occasione del debutto.

Milano - Talvolta è necessario disadornare il contenitore per vedere di che pasta è realmente fatto il contenuto. E per Filippo Timi, che nel suo Don Giovanni aveva portato all’eccesso le possibilità che il recipiente-teatro offre, trasformando la messa in scena in un pot pourri promiscuo e sfarzoso, il processo di pulizia e riduzione era a dir poco indispensabile. E francamente atteso.

Per farlo, l’attore-autore regista perugino sceglie non soltanto di tornare al monologo, a un racconto intimo e a una scena spoglia, almeno per i suoi canoni, ma di ripartire (o forse di chiudere il cerchio) da lì dove tutto è iniziato: l’adolescenza, i complessi, i traumi, le menomazioni. Un passato che Timi non ha mai nascosto ma piuttosto esibito, soprattutto nell’esordio letterario di Tutt’al più muoio, di cui ritroviamo molto in Skianto, il nuovo lavoro in scena al Franco Parenti fino al 6 aprile, ma purificato di tutta quell’autoreferenzialità un po’ narcisistica che caratterizzava il romanzo.

Ispirandosi al suo disagio personale ma soprattutto all’esperienza di una cugina nata con la scatola cranica sigillata, Timi veste i panni di un ragazzo disabile, mostrandone l’universo interiore, inaccessibile a chi lo circonda. Con l’obiettivo di (di)mostrare quanta vita si nasconda dietro l’apparente non-vita dei cosiddetti celebrolesi.

Alternando momenti di grande intensità ad inserti comici - in perfetto stile timiano - l'attore dà voce a tutte quelle parole pensate e non dette, ai desideri e alle aspirazioni, che non sono poi così diverse da quelle di un ragazzo normale.

Filippo - il nome del protagonista la dice lunga - guarda i cartoni, ama cantare e sogna di diventare un pattinatore artistico. Ma al contempo soffre per tutti i sentimenti inespressi («vorrei dire ai miei genitori tutti i ti voglio bene che non ho potuto dire. Loro lo sanno che gli voglio bene, ma non è la stessa cosa») e le possibilità negate.
Fino a trasformarsi in un moderno Pinocchio - con cui condivide la costrizione di «essere murato al centro di un corpo» - che supplica la Fata Turchina di trasformarlo in un bambino normale, anche «mezzo cieco e mezzo frocio» - riferimenti anche qui non puramente casuali. O in alternativa di farlo morire, perché «mi sveglierò morto ma felice».

A riprova della tesi iniziale, questa volta le parti che funzionano maggiormente e in cui la bravura e la padronanza scenica di Timi vengono finalmente esaltate, sono quelle più intime e dolorose. Come la descrizione del sogno in cui Filippo ha delle mani vere, che possono toccare cose e accarezzare persone o dell’esperienza dell’ospedale in cui la gioia di poter finalmente uscire di casa si trasforma nell’inferno di un cervello martoriato dagli elettrodi.

E, a differenza dei precedenti lavori, in questo caso gli inserti pop, come i video trash tratti da YouTube a cui Timi sembra ancora non riuscire a rinunciare, servono più da riempitivo, da stacco tra un atto e l’altro, ma potrebbero benissimo essere tolti senza che lo spettacolo ne risenta.

La speranza è che ora Timi riesca ad usare il suo innegabile talento per calpestare terreni nuovi e che esulino dalla sua interiorità.

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