Libri Milano Giovedì 20 marzo 2014

Gioele Dix, le memorie del padre nel libro Quando tutto questo sarà finito

Quando tutto questo sarà finito, copertina del libro di Gioele Dix

Milano - L’entrata in vigore delle leggi razziali cambiò radicalmente la vita degli ebrei italiani. Tutti i dipendenti statali, impiegati, dirigenti, docenti, militari furono sollevati dai loro incarichi e cacciati senza alcuna indennità, e anche l’esercizio di molti altri mestieri e professioni fu ostacolato: permessi revocati, licenze ritirate. Ognuno ebbe i suoi guai, sia chi gestiva un’attività commerciale, sia chi esercitava la libera professione. Qualcuno fu costretto a lasciarsi declassare o a lavorare clandestinamente. E poi seguirono molti altri divieti, ingiusti, insensati, ridicoli: divieto di possedere una radio, di assumere domestici ariani, di pilotare aerei, di iscriversi a club sportivi, di produrre vini e olio d’oliva, di operare come guide turistiche, di allevare piccioni viaggiatori.

Io allora avevo poco più di dieci anni. La mia autonomia di giudizio e la mia libertà di azione erano inesistenti. Non posso dire come mi sarei comportato se fossi stato adulto. Ho ricordi frammentari, oltre che falsati dai giudizi che vi ho sovrapposto in seguito. Tuttavia non riesco a spiegarmi perché la maggior parte degli ebrei non si sia resa conto della gravità di quello che stava succedendo. Forse perché non è da tutti possedere la lucidità necessaria per leggere la realtà mentre la si sta vivendo. Da ciò deriva la mia ammirazione per quei pochi che capirono e agirono in tempo.

Nella nostra famiglia ci fu uno zio professore universitario che già nel 1935 considerò pessima l’aria che tirava e decise di andarsene con tutta la famiglia in America. Così, non solo si salvò dalle tragiche conseguenze finali, ma evi-tò anche un sacco di umiliazioni intermedie, a cominciare da quella toccata a molti docenti suoi colleghi, ossia farsi scippare della cattedra, perdere qualsiasi diritto di retribuzione, di anzianità, di pensione ed essere costretti a sopravvivere dando ripetizioni clandestine a qualche studente asino delle medie inferiori.
Certo, va detto che lo zio Enzo era molto facoltoso, mentre la maggior parte di noi, alla faccia dei luoghi comuni sugli ebrei pieni di soldi, non poteva permettersi di affrontare cambiamenti tanto costosi. E poi trasferirsi era troppo complicato anche sul piano affettivo,
si sarebbero dovuti abbandonare i genitori anziani, le persone care, gli amici di una vita, il nostro amato paese. Per emigrare, o sei molto ricco o sei molto povero, perché non devi avere nulla da perdere.

Un’altra per così dire fregatura fu per tanti quella di essere italiani prima ancora che ebrei, e dunque convinti che nulla sarebbe stato preso veramente sul serio. Perché si sa come siamo fatti in italia, le leggi le rispettiamo sì e no, un modo di accomodare e accomodarsi lo si trova comunque e persino una dittatura da noi può essere bonaria, o perlomeno può sembrare che lo sia. Ricordo di aver sentito con le mie orecchie molti correligionari teorizzare, più o meno sussurrando: «Tanto poi a Mussolini gli passa», «È soltanto una bolla di sapone», «Gli italiani non ci staranno perché non sono razzisti».
Questo corrispondeva effettivamente al sentimento popolare diffuso, ma nel frattempo l’apparato burocratico dello stato si impegnava a produrre norme, regolamenti, adempimenti, certificati, divieti che man mano ci isolavano. E che quelle leggi fossero pericolosamente razziste lo si capì al momento dell’invasione tedesca. I numerosi censimenti di ebrei, con relativa compilazione di elenchi dettagliati contenenti nomi cognomi e indirizzi, divennero strumenti preziosi al servizio della feroce determinazione dei nazisti quando decisero di venire a prelevarci casa per casa e accompagnarci in treno verso i loro forni crematori.

Cominciai a prendere confidenza con parole inusuali. ebreo, ebraico, ebraismo, israelita, israelitico, rabbino, sinagoga, comunità. Le sentivo pronunciare in casa con insolita frequenza e ben presto divennero familiari. Capii che mi riguardavano, che erano parte sempre più preponderante di me, di noi, e che tutti avremmo dovuto farci i conti. Quasi contemporaneamente cominciai a fare caso anche all’uso che altri, estranei a me e alla mia famiglia, facevano di alcune di quelle stesse parole, ebreo, sinagoga, rabbino, ma
con tono del tutto diverso, una questione di sfumature, un che di maligno nell’intenzione che le trasformava in vocaboli offensivi. Ma la più temibile, quasi tossica, era per me
una parola del tutto nuova: giudeo. Mi faceva trasalire e mi procurava improvvise palpitazioni, oppure misteriosi vuoti allo stomaco. Quei sintomi di ipersensibilità lessicale, così lontani nel tempo, possono sembrare di poca importanza, perché si dice che nella vita contano solo i fatti. E invece anche le parole contano, contano eccome, e nessuno può capirlo meglio di un bambino che sta imparando a esprimersi, quale io ero allora.

Fu proprio l’assunzione di un nuovo vocabolario, sia da parte nostra che del mondo circostante, a ridefinire la nostra identità, a costringerci a fare i conti con quello che eravamo. Qualche anno dopo, durante il mio esilio in Svizzera, un anziano signore ebreo di Basilea, che proveniva dalla Polonia e ne aveva viste di tutti i colori, mi disse una frase che mi è rimasta impressa: «anche se ti dimenticassi di essere ebreo, ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordartelo».

Gioele Dix

© 2014 Arnoldo Mondadori Editore

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