Teatro Milano Piccolo Teatro Mercoledì 12 marzo 2014

Al Piccolo Pornografia secondo Ronconi

Milano - Come già ampiamente espresso nel recente allestimento di Celestina, il rovello di Luca Ronconi è in questa stagione del Piccolo Teatro senza dubbio l'indagine della sessualità e dell'eros. Magari di quello non convenzionale.
Dopo averne dato prova con la pièce di Fernando de Rojas, tutta giocata sulla relazione tra sesso possesso, il regista torna ad approfondire il tema con Pornografia di Witold Gombrowicz, che dopo l’anteprima a Bevagna nell’ambito di Spoleto 2013 debutta al Teatro Grassi di via Rovello il 13 marzo (repliche fino al 5 aprile).

Titolo volutamente provocatorio, quello del romanzo di Gombrowicz, che a dispetto del reboante richiamo al porno «non fa accadere nulla di fisico», come precisa lo stesso Ronconi.

«Rispetto a Celestina - continua il regista - Il problema, qui, è proprio l’opposto, ossia che non accade nulla di “fisico” e che i due protagonisti, Witold e Federico, non se ne danno pace: non capiscono come, cioè, due ragazzi che hanno tutto - età, bellezza, sensualità - per stare insieme, si siano totalmente indifferenti. Di qui l’idea di architettare qualcosa che li spinga l’uno nelle braccia dell’altra».

E da qui, aggiungiamo noi, la necessità di vedere all'opera i due raisonneur di mezza età - Witold e Federico, appunto - che tentano di riconquistare con i mezzi della ragione, le astuzie e il corpo degli altri quella stagione perduta della loro vita.

Il primo incontro tra Ronconi e Gombrowicz risale agli anni Sessanta. Un interesse che è sempre rimasto addosso al regista, sebbene non abbia mai avuto prima modo di addentrarsi nella di lui drammaturgia. «Di Gombrowicz mi piacciono il suo spirito caustico, l’irriverenza e l’intelligenza - spiega Ronconi - Dello spirito caustico apprezzo come esso incida - è evidente soprattutto in Pornografia - nel vivo di una cultura».

Cultura - prettamente polacca - che viene espressa in maniera programmatica all'inizio del romanzo, quando un dialogo serrato fa emergere come i miti fondanti della società avessero ormai, negli Sessanta, decisamente stancato. Il testo di Gombrowicz, pubblicato nel 1960, fece scalpore infatti non soltanto per il titolo, ma anche per quella premessa iconoclasta che descriveva come un dato di fatto che Dio, arte, nazione e proletariato avessero fatto il loro tempo.

«Fa parte di quell’atteggiamento caustico e iconoclasta di cui parlavo e della volontà, da parte di Gombrowicz, di smantellare l’architettura culturale polacca». Conclude Ronconi.

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