Mostre Milano Mercoledì 20 novembre 2013

Le foto di Uliano Lucas in mostra a Sesto San Giovanni

Uliano Lucas ritratto a Brindisi nel 2012
© Ida Santoro
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Milano - Per la prima volta 200 fotografie racconteranno la carriera di Uliano Lucas. La vita e nient'altro. Cinquant'anni di viaggi e racconti di un fotoreporter freelance sarà la prima retrospettiva dedicata al fotogiornalista milanese, in programma dal 21 novembre al 22 dicembre allo Spazio Arte (via Maestri del Lavoro, Sesto San Giovanni) e allestita dal gruppo di makers Lascia la Scia del Mage.

«È la mia prima retrospettiva. L'ho sempre rimandata, ma arrivato a settant'anni bisogna anche decidersi», ha confessato Lucas alla presentazione della mostra a Villa Mylius a cui hanno partecipato anche Rita Innocenti, assessore alla Cultura di Sesto San Giovanni, e Giorgio Bigatti, direttore di Fondazione Isec - Istituto per la Storia dell'età Contemporanea. Questa mostra fa parte del ricco programma culturale di Bookcity 2013, che anche quest'anno avrà uno spin-off a Sesto.

Figlio di un operaio della Breda di Sesto San Giovanni, Lucas nasce a Milano nel 1942. Si avvicina fin da giovanissimo al mondo del fotogiornalismo: a sedici anni inizia a frequentare il quartiere di Brera, ricco di artisti, fotografi e giornalisti. I suoi primi scatti immortalano l'ambiente che lo circonda, dalle atmosfere popolari della sua città alle vite e ai volti del panorama artistico e intellettuale dell'epoca.

La svolta arriverà negli anni Sessanta, quando documenterà con la sua macchina fotografica i mutamenti sociali in atto, così come la stagione dei movimenti, sia in Italia che all'estero. Collaborando come freelance con numerosi giornali sia nazionali che stranieri, Lucas affronterà vari temi: l'immigrazione, la distruzione del territorio legata all'industrializzazione e la decolonizzazione in Africa. Documenterà nel corso degli anni anche le dure condizioni di vita dei malati con disturbi psichiatrici.

Celebri sono poi i suoi réportage dall'India, dalla Corea, dalla Cina e dall'Amazzonia, fino a testimoniare in prima persona il drammatico assedio di Sarajevo del 1991.

Per la prima volta questa lunghissima carriera verrà raccontata in un'unica personale, attraverso 200 scatti montati come un rotocalco e accompagnati da numerose didascalie e riviste, in modo da permettere al visitatore di visualizzare immediatamente la messa in pagina dei réportage di Lucas.

Il percorso sarà suddiviso in diversi racconti tematici, tra cui: Brera e dintorni; '68: un anno di confine; Emigranti in Europa; Afrique; Asie; Lavoro / lavori; Altri sguardi: fotografie della psichiatria tra memoria e progetto; In Jugoslavia; La città infinita.

Alla presentazione di La vita e nient'altro gli abbiamo rivolto qualche domanda. Ecco cosa ci ha detto:

Lei ha sempre difeso la sua libertà professionale rispetto alle agenzie di stampa. Com'è cambiato il lavoro del fotoreporter in tutti questi anni?

Io ho sempre rivendicato il ruolo fondamentale del fotoreporter all'interno di una società democratica, così come la libertà del racconto e la partecipazione del reporter alla messa in pagina del proprio reportage. Ciò era possibile tra gli anni '60 e '80 perché c'erano centinaia di giornali di tutte le tendenze. Oggi tutto questo è finito: è finita la carta stampata, è finito il ruolo del giornalista e del fotoreporter. Oggi il fotoreporter non è più una persona che cerca di raccontare le diverse realtà che gli stanno intorno. È un mero esecutore di un'agenzia o di un giornale, sottopagato, senza più nessun potere di discussione o di chiarificazione.

Nonostante questo le foto restano importantissime per la documentazione storica, anche se stiamo vivendo un'inflazione di immagini grazie alle nuove tecnologie.
Non è un problema d'inflazione, ma di ragionamento intorno alla fotografia e all'immagine che è un altro discorso. Le fotografie sono quella analogiche della mia mostra, le immagini sono quelle fatte oggi con i telefonini e altri mezzi. Sono due storie completamente diverse. Perché non si discute di queste due storie? Perché nel nostro Paese siamo indietro rispetto ad altre nazioni nella riflessione intorno alla comunicazione, alla fotografia e all'immagine.

Secondo lei la manipolazione delle immagini è maggiore oggi con l'uso del digitale rispetto ai tempi delle foto analogiche?
No, c'è sempre stata la manipolazione delle immagini, attraverso il taglio o altro. Oggi c'è maggiore manipolazione perché esiste un analfabetismo del guardare e capire le immagini. La maggior parte delle persone non sa che un'immagine o una fotografia ha una sua estetica e un suo alfabeto: dietro a ogni fotografia c'è tanto. Il problema è guardare la fotografia come a un rapportarsi verso le cose del mondo e per fare questo bisogna avere una cultura.

Quindi è più importante la cultura rispetto agli strumenti tecnologici che usiamo nel fotografare...
Una fotografia si fa con la testa; l'apparecchio è una cosa che hai in mano, ma finisce lì.  

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