Libri Milano Frigoriferi Milanesi Sabato 19 ottobre 2013

Stefano Bartezzaghi: «Parlare come si mangia? Meglio come si cucina»

Stefano Bartezzaghi

Milano - «Non sono sicuro che l’Italia sia davvero un paese così creativo: la nostra declinazione di creatività coincide con l’arte di arrangiarsi. La vera creatività è un concetto un po’ diverso». Enigmista, scrittore, docente universitario e stimato saggista, delle parole Stefano Bartezzaghi ha fatto da sempre un mestiere. E anche se spesso ci gioca, inventando calembour, rebus e anagrammi, nel suo nuovo libro (Il falò delle novità. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti, Utet, 2013, 237 pp., 12 Eur) il linguista sceglie di sviscerare i tanti vizi nazionali che ruotano intorno al concetto di creatività. Guidandoci in un percorso per solutori esperti tra tweet sbilenchi e gustose «distrazioni per l’uso», il sapore che resta in bocca è piuttosto amaro. Perché, spiega, «La creatività è una mitologia più che un vero e proprio concetto».

Abbiamo incontrato Stefano Bartezzaghi, nostro vicino di redazione ai Frigoriferi Milanesi, per farci raccontare qualcosa di più del suo ultimo lavoro. Sabato 19 ottobre, alle ore 16.00, lo presenterà a Writers – Gli scrittori (si) raccontano, introdotto dalla direttora di mentelocale.it Laura Guglielmi.

Un debutto a 9 anni, con un rebus, sulla Settimana enigmistica diretta dal padre, una tesi in Semiotica con Umberto Eco al Dams di Bologna, e poi via a inanellare collaborazioni con quotidiani, radio e tv: quella di Bartezzaghi è senza dubbio una carriera eclettica, ma con un unico filo conduttore, le parole.
L’ultima assidua frequentazione di Bartezzaghi è Twitter, dove si diverte con enigmi a 140 caratteri.

Stefano, come definirebbe la creatività in 140 caratteri?
«No, questa no (ride): in 140 caratteri la creatività non è definibile. Non tutto può stare in un tweet».

Su Twitter però di tempo ce ne passa parecchio, e anche ne Il falò delle novità di tweet ne passa in rassegna una buona quantità. Che idea si è fatto di questo strumento?
«Twitter dimostra le proprietà di un linguaggio che si crea per espansione e condensazione. Ma a seconda del livello di sintesi servono delle perifrasi: una parola non basta e Twitter neppure. Per me però è uno strumento perfetto per alcuni giochi, è molto divertente. E poi lo uso per diffondere le idee. Twitter è come il titolo di un giornale, una vignetta che si comprende senza bisogno di parole. Ci sono arrivato per caso, ma l’ho trovato subito molto interessante: è un laboratorio, molto più interessante di Facebook».

Perché?
«Facebook è più utile per mettersi in mostra, si presta di più a forme di esibizionismo, anche linguistico. A volte mi sembra quasi una forma di self publishing».

La lingua sintetica di Twitter è una risorsa o un limite per la nostra lingua?
«Credo offra delle possibilità in più. Le faccio un esempio: quando  ha iniziato a diffondersi il telegramma, si è inventato lo stile telegrafico. Anche allora ci si poneva le stesse questioni, ma il tempo ha dimostrato che non c’è stata una vera retroazione di quel tipo di linguaggio sulle altre forme: nessuno ha iniziato a dire pregola farmi un caffè. Una peculiarità di Twitter che invece apre a un forme inaspettate di comunicazione è l’uso dell’hashtag, che può esportare il linguaggio su altri piani».

Recentemente su Twitter abbiamo assistito a esperimenti curiosi, come il Decameron in 100 tweet o la giornata della grammatica. La lingua italiana regge di fronte alle nuove esigenze della tecnologia?
«L’italiano come lingua denuncia dei limiti storici noti, però si presta a nuovi sviluppi, anche se è bene sottolineare come la lingua non riesca a creare varianti di prestigio. I grandi comunicatori italiani sono persone che parlano un italiano sciatto, quando non scorretto».

In occasione della giornata della grammatica, Coletti ha affermato che uno dei problemi della nostra lingua è che i politici – tra tanti – fanno motivo d’orgoglio del «parlare come si mangia».
«Ecco, questo sarà il tema di un mio prossimo libro. Posso anticipare ciò che propongo per ovviare a questo problema. Più che parlare come si mangia, sarebbe meglio parlare come si cucina. Pensando che la lingua, come una ricetta, ha ingredienti e preparazioni adatte e pensate per ogni occasione».

Ne Il falò della novità descrive Milano, la sua città, come la capitale della creatività. La è ancora?
«Premetto che, a mio avviso, la creatività di Milano è del tutto teorica, una mitologia più che un vero e proprio concetto, peraltro di difficile definizione. Senza dubbio la Milano in cui sono cresciuto, nel 1977, ha interpretato la creatività a livello soprattutto politico. Poi, negli anni Ottanta, la creatività è diventata uno slogan in grado di unire settori diversi, che vanno dalla moda, alla pubblicità, al giornalismo, all’editoria, alla tv commerciale che nasceva proprio in quel periodo. Ma ancora una volta la creatività di Milano era nella politica: pensiamo a quello che è stato il socialismo milanese, che ha rotto una crosta generazionale anche grazie all’immagine di Craxi. Un’immagine giovane, innovativa, del tutto diversa rispetto ai politici precedenti. Ecco, Milano questa creatività l’ha cavalcata, inventandosi il Made in Italy, prima come simbolo, poi come dicitura concettuale, infine come atmosfera. Oggi, invece, è tutto finito».

Per quale motivo?
«Per la mancanza di un rinnovamento reale, che ha soffocato la spinta della creatività. Per questo i giovani vanno via, perché hanno l’impressione che altrove ci sia maggiore dinamismo. Il problema non riguarda solo Milano: è l’Italia che come sistema strutturale non ha aiutato la creatività».

Milano però, rispetto a tante città italiane, ha dimostrato di riuscire a cambiare parecchio, a farsi più europea. Com’era la Milano che viveva da bambino? Il sindaco Pisapia ci ha raccontato ad esempio che il suo primo ricordo della città, da casa sua, era la Rotonda della Besana.
«Io sotto casa avevo la rotonda di piazza Bausan (ride). Il mio primo ricordo di Milano è quello della Bovisa pre Politecnico ma già post industriale, un quartiere sì creativo perché in profonda trasformazione. Mi colpiva il fatto di vivere in una casa che era praticamente nata con me, nuova, in un quartiere fatto di cascine».

È un po’ la trasformazione che sta vivendo Isola, tra i grattacieli che vengono su gomito a gomito con le case basse della vecchia Milano.
«Personalmente non è che sentissi la nostalgia di tutta questa verticalità. Anche perché, per parafrasare Don Abbondio, se uno la fallicità non ce l’ha, non può pensare di darsela…».

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