Libri Milano Casa Verdi Mercoledì 16 ottobre 2013

Sull'ali dorate: Casa Verdi e la sua storia nel libro di Daniela Rossi

Casa Verdi
© Emilio Dellepiane / Flickr.com

Sull'ali dorate. Giuseppe Verdi e Casa Verdi (Ed. Fondazione Giuseppe Verdi, 2013) è il volume scritto da Daniela Rossi (e realizzato insieme al fotografo brasiliano Diego Rinaldi) in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi.

«Casa Verdi, al centro di un nobile e vivo spazio architettonico, è uno dei cinque o sei luoghi di Milano irrinunciabili per chiunque voglia capire, assorbire e far proprio il significato culturale, sociale e storico di questa città» scrive il musicologo Quirino Principe nell'introduzione. Ma nonostante sia il luogo più visitato d'Italia dopo il Quirinale nelle Giornate Fai, «quanti, anche a Milano, sono i cittadini che abbiano visitato la Casa di Riposo per musicisti al n. 29 di piazza Buonarroti, voluta da Giuseppe Verdi e da lui considerata la sua opera più bella?».

Di seguito pubblichiamo un estratto del libro.

Milano - Joseph Fortunin François Verdi nacque domenica 10 ottobre 1813 a Roncole di Busseto, in una giornata umida e nebbiosa, tipica della bassa.  A quel tempo la frazione faceva parte del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, divenuto Dipartimento del Taro  sotto l’Impero di Napoleone. L’atto di nascita fu quindi redatto in francese. L’ambiente di Roncole allora era grigio e squallido: un gruppo di  casupole con Busseto, il centro più vicino, che distava sette chilometri.

Carlo, il padre di Giuseppe Verdi, era un ventottenne di umile condizione sociale. Gestiva un’osteria al piano terra della casa di famiglia, raffigurata, a metà dell’800, dal pittore Achille Formis Befani in un quadro che si trova esposto a Casa Verdi. Un edificio basso, lungo, irregolare che aveva le finestre barrate per non pagare la tassa sull’aria, gabella tra le tante di quell’epoca. Oggi quell’abitazione è una casa-museo.
La madre di Giuseppe Verdi, Luigia Uttini, originaria di Saliceto di Cadeo, era casalinga e filatrice. Nel 1816 partorì la secondogenita, Giuseppina Francesca. La bambina, affetta da grave insufficienza mentale, morì a diciassette anni. La vita degli abitanti di Roncole era semplice, scandita dai ritmi della campagna, distante dal fermento che in quegli anni animava le città d’Europa. Il vecchio mondo aristocratico era travolto dalla rivoluzione borghese, da trasformazioni economiche e politiche. Si stavano affermando i nuovi valori del Romanticismo: il culto dell’individuo e dei suoi sentimenti, l’amore per la storia, per le tradizioni popolari, i concetti di patria e nazione. Temi che saranno impetuosamente presenti nella musica di Giuseppe Verdi, grande interprete del suo tempo. Una volta raggiunto il successo egli dirà comunque: «Sono stato, sono e sarò sempre un paesano delle Roncole».

Con questa affermazione riconoscerà di aver assimilato dalla sua gente qualcosa di fondamentale:  la forza, il coraggio e quell’invisibile corazza che, nelle avversità, non lo lascerà mai. L’origine rude e popolana lo aiuterà a lottare, a riprendersi dagli insuccessi, dal dolore e non ci sarà nulla, né amarezze né amori, che riuscirà a distoglierlo da ciò che voleva con tutto sé stesso: fare musica. Il suo destino sarà un continuo alternarsi di luci e ombre, drammi, successi, sciagure familiari, solide amicizie. Figlio di genitori con poche pretese e possibilità, pure verrà sostenuto nelle inclinazioni artistiche grazie a incontri  fortunati, alla buona volontà  dimostrata, al desiderio di apprendere. 

[...]

Il primo documento certo che riguarda la storia di Casa Verdi, come viene oggi chiamata, è una lettera che il Maestro scrisse all’editore Giulio Ricordi nell’ottobre 1889: «Ho acquistato tremila metri di terreno. Non fuori porta Vittoria ma Porta Garibaldi. Come altre volte, potendo disporre di qualche somma, ho acquistato titoli di rendita. Così ora, offertami l’occasione, ho comprato questo terreno ma senza idea fissa di quello che ne farò o ne potrò fare. È denaro impegnato, bene o male non so ma senza progetto…».

In realtà sembra che il maestro avesse già espresso, l’anno precedente, l’idea di aiutare colleghi meno fortunati. All’epoca non esistevano le pensioni e un artista, quando non era più in grado di lavorare, si trovava spesso ad affrontare una vecchiaia disagiata con gravi problemi di sussistenza.

Da Genova, a fine gennaio del 1890, Giuseppe Verdi giunge a Milano con la moglie per incontrare Camillo Boito ed esaminare il progetto e il preventivo che gli ha chiesto di approntare. L’appalto per i lavori viene firmato da lui e dai fratelli Noseda, imprenditori edili, il 16 aprile 1896. Il Maestro avvia quindi con Camillo Boito una fitta corrispondenza. Rifiuta subito la definizione di Ricovero per musicisti che l’architetto ha adottato per il progetto e conia quella di Casa di riposo per musicisti.

«Non si dovrà parlare di ricoverati» avverte «ma di ospiti, i miei ospiti». Respinge anche l’idea delle camerate come dormitori: «Voglio stanze separate per due persone» scrive «non singole, in modo che all’occorrenza l’una possa aiutare l’altra. È un’idea che costa ma le economie vanno fatte per le cose minori» . Il 16 dicembre 1899 Giuseppe Verdi istituisce l’Opera Pia Casa di Riposo per Musicisti e le dona il fabbricato di Piazza Buonarroti.

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