Concerti Milano Mercoledì 28 agosto 2013

System of a Down in concerto al Forum: la recensione

I System of a Down

Milano - Il cielo sopra Rho è molto arrabbiato. Diciannovemila teste aspettano le prime note col naso all’insù. Qualche goccia bagna Serj Tankian mentre intona Aerials, ma poi, finalmente, gli aerei in cielo si vedono davvero. Basta qualche schitarrata e, quasi a farlo apposta, le nuvole si squarciano: i System of a Down cominciano a suonare

La band armeno-americana, che da sempre sfugge alle classificazioni di genere – nu, alternative o thrash metal? – torna, dopo due anni, a battere il palco dell’Arena Fiera di Rho. Serj Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjan e John Dolmayan continuano a incantare gli affezionati con i loro più grandi successi. I brani sono di nuovo 28, più o meno gli stessi dello scorso appuntamento milanese. I minuti, ancora 90, volano.

In questa tiepida serata di fine estate è l’energia vibrante che sale dal pubblico a compensare la magra scenografia e, soprattutto, la scarsa interazione fra gli artisti. Anche se, va detto, questa volta i SOAD sono riusciti a rendere un po’ più calda l’atmosfera sul palco. Lo si capisce dal modo in cui decidono di introdurre Psycho – con una scherzosa cover di Donna Summer – o dalla sciolta reazione di Daron che, con la chitarra rotta fra le mani, avvisa il pubblico di essere costretto a cimentarsi in un finto assolo, ma anche dall’abbraccio dei quattro musicisti alla fine del concerto, mentre insieme ringraziano i loro fan italiani.

Ma stasera il tempo passa veloce, e chi sta sotto il palco non ha voglia – né tempo – di puntualizzare: nonostante ci siano state già diverse reunion a smentire la possibilità di uno scioglimento del gruppo – che dal 2006 al 2010 ha vissuto nel silenzioogni nuova esibizione è come un altro sospiro di sollievo. Come a dire: «Non è ancora finita!».

E se due anni fa Serj Tankian chiedeva ai suoi fan di cantare con lui tutte le canzoni, quest’anno non ne ha bisogno. C’è chi respira a fondo fra un brano e l’altro tentando di riprendere fiato, per poi tornare subito a cantare a squarciagola Chop Suey!, Prison song e Lonely day. O chi, sulle note di Soldier Side, con le mani sulle guance si ripete quasi incredulo: «Fantastici, fantastici».

E poi ancora gente bardata in impermeabili gialli e blu che corre in ogni direzione per trovare un punto da cui riuscire a vedere qualcosa. Ma aprirsi un varco è impresa ardua: più della metà dell’area concerti – un parallelepipedo enorme - è strapiena. Gli impermeabili sfregano gli uni contro gli altri, si inciampa sul vicino, ci si calpesta i piedi. Le mani sono tutte tese in aria.

E allora, quando partono le prime note di Toxicity, il pubblico non può far altro che crescere in altezza: gli uni sulle spalle degli altri, per oltrepassare – almeno con gli occhi - il fiume di folla e arrivare dritti sul palco, a cantare con questi quattro figli di armeni per i quali il tempo non sembra passare.

Per noi invece, da là sotto, i minuti scorrono troppo in fretta. E alla fine, come dicono le ultime parole di Sugar, con cui i SOAD salutano Milano, «in the end it all goes away». O almeno, fino alla prossima volta.

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