Libri Milano Lunedì 29 luglio 2013

Franca Rame: «Non è tempo di nostalgia»

Franca Rame, scomparsa il 29 maggio 2013

Milano - Si è ripetuto molte volte negli ultimi mesi: la scomparsa di Franca Rame ha portato via un pezzo di storia del nostro paese. Al di là di ogni riferimento politico, insieme ad altri, l'attrice ha rappresentato un'Italia viva nell'impegno culturale e sociale.
Una parabola lunghissima, raccolta da Joseph Farrell in Non è tempo di Nostalgia (Della Porta Editori 2013, pp. 124, 11 Eur), l'ultima intervista a Franca Rame curata dal critico teatrale che sembra arrivare giusto in tempo per raccogliere e trasmettere l'eredità dell'attrice.

Un dialogo lungo 124 pagine in cui si ripercorre la vita privata e artistica di Franca Rame, dagli esordi da neonata al grande teatro, dalla ribalta televisiva all'impegno politico, con puntate di rilievo sulle battaglie civili. Sempre a fianco del marito Dario Fo. Senza dimenticare riflessioni sul suo ruolo di senatrice e le impressioni sull'Italia che verrà.

In apertura Joseph Farrell prova a immaginare che cosa sarebbe stata Franca Rame senza Dario Fo. Il genio del teatro, creativo ed esuberante, se non ha oscurato la moglie ha sicuramente sempre destato una certa attenzione su di sé.
Ma la pasta d'attrice di Franca Rame arrivava da lontano, e neanche la luce di un Nobel avrebbe potuto metterla in ombra.

«Sono nata in una famiglia di attori, con una tradizione che possiamo far risalire alla Commedia dell’Arte del Seicento - racconta Rame nel libro-intervista - I miei hanno cominciato con il teatro delle marionette e con quello dei burattini. Padroneggiavano ambedue i mestieri. Arrivato il cinema, questo tipo di teatro andò via via perdendosi. I miei capirono che dovevano cambiare genere e si misero a fare, appunto, il teatro di persona, utilizzando tutti i trucchi del teatro delle marionette che conoscevano molto bene».

La disinvoltura sul palcoscenico, che i critici hanno riconosciuto sempre a Franca Rame, deriva da una frequentazione familiare, quotidiana, del teatro. Andò in scena per la prima volta a otto giorni nella Genoveffa di Brabante. A bordo di una corriera chiamata la Balorda, insieme alla famiglia giravano i paesi intorno a Varese dove vivevano.
Mettevano in scena i loro spettacoli negli oratori o nei cinema rappresentando di tutto, da Shakespeare, alla Natività, alla Passione durante le feste. Fino alle storie dei paesi, quelle che tutti conoscevano. Una mescolanza di generi in un teatro che non distingueva tra alto e basso.
Oggi al Teatro alla Scala sono conservate tre marionette appartenute alla famiglia. Franca si sorprendeva quando scopriva a casa di persone benestanti i fondali dipinti dei loro spettacoli, che lo zio aveva venduto agli antiquari.

Un teatro dagli influssi della Commedia dell'Arte, si diceva, basato su una recitazione a braccio: «Quando recitavate, andavate sempre a soggetto, senza copione?» chiede Farrell «Era una cosa incredibile, non so se oggi  potrei rifarlo - risponde Rame - Come ho già detto, mio padre leggeva un romanzo, riuniva la  compagnia, ce lo raccontava e noi tutti prendevamo appunti. Intanto la mamma, la zia, le sarte, le conoscenti preparavano i costumi, e dopo due giorni e un minimo di prove, debuttavamo, con una semplice scaletta degli avvenimenti appesa dietro le quinte, per esempio 'il padre incontra la figlia, dimostrare freddezza'».

Si tratta di quell'abitudine all'improvvisazione, a una recitazione non solo verbale ma molto improntata sul corpo che definirà il teatro di Dario Fo, segnato da un recupero degli elementi più comunicativi del teatro.
In questo senso si può pensare che la carriera di Dario Fo sia induscutibilmente legata all'incontro con una donna che ha contribuito a fare il suo teatro, non un'attrice qualunque, ma l'attrice con cui si è profilata una comunanza estetica oltre che di valori.

In mezzo c'è una carriera mancata da infermiera: «Durante il tirocinio, la caposala mi prese in grande antipatia. A quei tempi, venire da una famiglia di attori, non era una bella lettera di presentazione, perché nella mentalità comune attrice era uguale a 'ragazza facile'. Adesso, invece, se vai in televisione, la gente va in deliquio per te». 
E poi, agli inizi degli anni Cinquanta, la compagnia I diritti insieme a Franco Parenti, Giustiniano Durano e Dario Fo: «Io ero l’ultima, dietro di me non c’era nessuno, avevo la sola fortuna di essere bella».

Insieme, Dario e Franca hanno recuperato la centralità attoriale in un teatro che andava cristallizzandosi all'interno degli Stabili. Un sodalizio che ha fatto la storia della drammaturgia italiana intrecciandola, inoltre, all'impegno civile e politico: si vedano Morte accidentale di un anarchico e il doloroso monologo Lo stupro: «Se non fossi stata indirizzata a questa professione dalla mia famiglia, mi sarei impegnata nel sociale, avrei potuto anche essere un avvocato o un medico. C’è stato un momento in cui non mi identificavo più nel mondo che mi circondava, né in ciò che facevo e sono caduta in depressione per un anno e mezzo. Ho poi ripreso a recitare perché, grazie a questo lavoro, riesco a portare avanti le cose in cui credo. E questo non è poco».

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