Libri Milano Mercoledì 3 luglio 2013

Petros Markaris: «La crisi ci ha tolto la gioia di vivere»

Petros Markaris

Milano - Si intitola Resa dei conti (Bompiani, pagg. 300, euro 18,00) il giallo che lo scrittore Petros Markaris, turco di nascita ma greco di adozione, ha pubblicato ponendo fine alla trilogia della crisi (Prestiti scaduti e L’esattore).

Questa volta il suo commissario Charitos si trova catapultato in una Atene dove l’uscita dall’euro – nel 2014 – è immaginata come l’unico strumento per cercare di scongiurare la disperazione economica da cui Italia, Grecia e Spagna sono attanagliate. L’uscita dall’euro diventa così il nuovo scenario praticabile per sopravvivere come stati.

In quel clima inaugurato con un Capodanno in cui le dracme tornano sulla scena per quanto sommamente svalutate, cominciano però anche gli omicidi. Tre per l’esattezza, tutti ex rivoluzionari del Politecnico.
Sui loro corpi sempre lo stesso messaggio, Pane, Istruzione, Libertà, che è poi il titolo originale del libro, lo slogan cioè inneggiato dagli stessi studenti rivoltosi del Politecnico al tempo dell’insurrezione contro il regime di ferro dei Colonnelli.

Petros Markaris è uno scrittore per caso. Il suo primo romanzo lo sforna a cinquattotto anni, quando non ne può più di fare lo sceneggiatore per la tv.
Il giorno in cui gli arrivano a casa tre persone – la classica famiglia greca – la sua prima tentazione è quella di mandarli via, al diavolo.
Nel capofamiglia, però, intravede in qualche modo un personaggio da libro. Uno che – tutte le mattine, da quel momento – gli compare al mattino, nei pensieri dell’alba, per martellargli la mente.

Uno che lo tampina così – pensa Markaris – non può che essere uno sbirro od un dentista. E in più – pensa ancora – è meglio scriverne, così se ne andrà.
Nasce così il commissario Charitos, con una moglie regina della casa, Adriana, grande cuoca di pomodori ripieni – ma alla turca – ed una figlia, Caterina, avvocato, la rivincita sociale di suo padre.

Charitos è un poliziotto simpatico, come tutti i personaggi positivi che si rispettino. Ama leggere i dizionari, quando è a riposo. Il chè è davvero strano per uno sbirro, ma ciò gli deriva dalla passione per la traduzione che Markaris svolge da sempre, da lui ritenuta un’ottima palestra per uno scrittore in quanto lo abitua a pensare in tante lingue diverse cogliendone le infinite sfumature, tutte cangianti come le onde del mare. Gira poi in una 131 Mirafiori, il che lo fa assomigliare ancora di più al nostro Montalbano, anch’egli sempre a bordo di una Fiat scassata capace di lasciarlo per strada da un momento all’altro.

Quando la crisi economica ha cominciato ad intravedersi all’orizzonte, Markaris è stato uno dei primi scrittori ad antivederla. Per lui è diventata un ottimo motivo intorno a cui scrivere, anche perché sapeva già che sarebbe durata molto più a lungo delle previsioni.

Così è nata la trilogia su un movimento che ha infiacchito la Grecia, asciugandone tutte le energie vitali. La stessa Atene – che per Markaris resta una delle città più cementificate del pianeta – «era una metropoli dove tutti i turisti che vi giungevano inorridivano per il traffico ed il rumore. Oggi è diventata opaca, vuota, ed ogni sera sembra che vi cali sopra una specie di coprifuoco innaturale. Dopo le nove non c’è più nessuno e ciò è davvero inusuale per Atene».

Incontriamo lo scrittore a margine dell'incontro che l'ha visto protagonista alla Milanesiana. Continua sicuro: «L’unica fortuna sono rimasti i giovani che – al venerdì ed al sabato – sembra le restituiscano ancora un poco di quello scintillio che la caratterizzava prima. Prima Atene era non la città più brutta del mondo ma quella sicuramente più ricca di contraddizioni. Era la città delle parentesi, perché in una landa di cemento armato potevi imbatterti – all’improvviso – in un giardino sontuoso, quasi tropicale, che finiva alla svolta della via. Ciò che la crisi ha portato via ad Atene è la sua gioia di vivere, quello slancio vitale per cui tutti i turisti finivano per innamorarsene prima o poi contraendone gli stessi vizi, i medesimi tic, come quello di starsene al sole spaparanzati come gatti greci».

Nonostante la crisi Markaris continua a fare la sua vita, anche se non nasconde che la crisi abbia colpito anche la sua famiglia, come tutte in Grecia, fatta salva una minoranza sparutissima.
«Per questo continuo a fare collezione di dizionari, anche se ormai le versioni digitali permettono di consultare montagne di lemmi molto più a buon mercato. Lo continuo a fare perché amo tradurre ed arrivo a fare lo scrittore da lì, dalle traduzioni».

La sua impresa maggiore resta la traduzione del Faust di Goethe che gli venne commissionata un pomeriggio dal Direttore del Teatro. Gli telefonò e gli chiese se fosse in piedi. Si, rispose Markaris. Allora è meglio che ti siedi e gli propose la traduzione. Tanto lo fai una sola volta nella vita, gli disse l’amico per addolcirgli la pillola. Markaris disse di sì e «cadde nella trappola», ci confida, anche perché ars longa, vita brevis.

Lo scenario dell’uscita della Grecia e dell’Italia dall’euro è fantascienza per lei Signor Markaris?
«Mica tanto. L’ipotesi di lavoro è ancora sul tavolo. La partita resta aperta».

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