Concerti Milano Stadio San Siro Martedì 4 giugno 2013

Bruce Springsteen a San Siro. Le foto del concerto

Bruce Springsteen a San Siro
© Valentina Molinelli - molinellivalentina@gmail.com
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Milano - Tre ore e mezza di concerto, 34 canzoni di scaletta, 60.000 spettatori folgorati sulla via del più puro rock'n roll. E poi gli omaggi ai grandi della sua formazione musicale (Woody Guthrie, Little Richard, Morricone, i Beatles, persino gli Isley Brothers), siparietti in serie con le spalle più fidate tra i musicisti della E Street Band, un intero album riproposto integralmente dalla prima all'ultima traccia e un dialogo continuo con il pubblico di “uno stadio unico”. “Perchè suono da quando ero un ragazzo e di posti ne ho visti tanti, ma questo è davvero speciale”.

Di Bruce Springsteen si potrà dire tutto – in studio ha fatto qualche passaggio a vuoto, la voce non è più quella di dieci anni fa, sul look così americanamente yankee appare senza speranza – ma dal vivo rimane inequivocabilmente uno dei più grandi showman della storia della musica. Lo ha dimostrato ancora una volta – la quinta – nel tempio che più di tutti sa stimolarlo nel compiere il grande miracolo del rock: il palco di San Siro, a Milano, dove ieri sera è andata in scena la tappa più attesa della puntata italiana del Wrecking Ball World Tour 2013.

Un evento a cui il Boss si era “preparato” con i suoi due precedenti show italiani (il 23 maggio a Napoli e il 31, venerdì scorso, a Padova), e a cui i fan più sfegatati guardavano da mesi con religiosa dedizione.
Alle 20,15, quando i musicisti della E Street Band iniziano a comparire sul palco, sulle transenne del “pit” sono accalcati quelli che hanno bivaccato davanti allo stadio già dalla mattina di domenica (ieri all'alba in coda erano già cinquemila), mentre nei primi tre anelli va in scena la sorpresa che dà il La allo show: una coreografia tricolore in pieno stile calcistico (gli organizzatori si sono fatti assistere dalle tifoserie organizzate di Inter e Milan) per dichiarare, a lettere cubitali, “Our love is real”.
Una prima volta assoluta nel mondo del rock, una dichiarazione d'amore che sorprende il rocker del New Jersey (“Ti amo San Siro, ti amo Milano, ti amo Italia”), e lo fa ricambiare con una prestazione tutta cuore e sudore di un'intensità – per un divo di 64 anni – che ha qualcosa di spaventoso.

Intro affidata alle note di C'era una volta il West di Morricone, come era già successo nello stesso stadio nel 2003 – dieci anni fa esatti – il concerto prende il volo con The land of hope and dreams, la canzone simbolo del Reunion Tour (la tournée del 1999 che rilanciò una seconda fase della vita live di Springsteen, dopo anni di dischi acustici e concerti senza la sua band), e la scelta della prima traccia appare già significativa.
My Love Will Not Let You Down e Out in the Street mettono d'accordo un pubblico mai così eterogeneo (ci sono i cinquantenni come i sedicenni: miracolo della buona musica), American Land e Loose Ends vengono “chiamate” dal pubblico, Wrecking Ball e Death to My Hometown celebrano uno degli album recenti di Springsteen meglio riusciti.

Chi ha assistito a un live di Springsteen lo sa, non è solo musica. La E Street Band è una formidabile macchina da rock, dove tutto funziona a meraviglia, e il Boss è rocker genuino, persona autentica, rockstar plurimilionaria eppure così credibile quando canta la sua working class, la crisi e le storie di disagio sociale della sua terra. Succede in Atlantic City e The River, che San Siro accompagna a una sola voce, e succede con le hit dell'album che l'ha consacrato nel gotha mondiale delle rockstar, Born in the U.S.A, che Springsteen decide di suonare per intero “in onore – spiega - del concerto che ho fatto qua nel 1985”: la prima storica volta in Italia.

Sa di lontano, entusiasmante deja-vu, allora, sentire dal vivo una di fila all'altra Born in the U.S.A e le altre canzoni dell'album. Mai suonate tutte insieme, neanche allora. Pezzi rari da trovare in scaletta come Cover Me, I'm on Fire, I'm Goin' Down, o grandi classici come Dancing in the Dark (con annessa ragazza di turno chiamata a ballare sul palco).

Finito questo tuffo nei lontani anni Ottanta, la grande festa che è diventata il concerto va avanti con Shackled and Drawn, Waitin' on a Sunny Day, The Rising, Badlands e Hungry Heart. Un mix di pezzi vecchi e nuovi che fa da sontuoso antipasto al primo encore del concerto. Il Boss e i suoi “ragazzi” salutano e scendono dal palco, poi risalgono e regalano al pubblico del Meazza uno dei finali più travolgenti mai visti nei suoi concerti italiani
Si parte con This Land Is Your Land di Woody Guthrie in medley con We Are Alive, poi è la volta di Born to Run, “manifesto dell'essere springsteeniani”, la canzone che accende le luci di tutto lo stadio, Tenth Avenue Freeze-Out e la doppietta Twist and Shout e Shout, hit più famosa dei The Isley Brothers. Non disdegna le cover, Bruce: se fanno divertire come e più dei suoi pezzi, ben vengano. È puro Rock'n roll: si balla, si canta, ci si abbraccia.

Dopo il tripudio, la grande notte del rock finisce nell'intimità del suono dell'armonica. É Springsteen, solo, sul palco, a spiegare che “questa canzone l'ho suonata tante volte, ma qui ha un significato diverso, con voi, che siete nel mio cuore”. Non è retorica, e la Thunder Road finale fa commuovere tanti e cantare in 60.000. Sa tanto di abbraccio, forse di addio – l'anno scorso aveva preannunciato che sarebbe ritornato, gli anni iniziano a farsi sentire – tutti sperano solo di arrivederci.

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