'Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti' a Milano

Mostre Milano Lunedì 4 marzo 2013

'Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti' a Milano

'Le grandi bagnanti' di André Derain
© Pinacothèque de Paris /Fabrice Gousset © André Derain by SIAE 2013
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Milano - Madonne giraffe. Le mani composte sul grembo, anche nelle madri bambine, occhi vuotati delle pupille e “sclerati” tra sovrumana presenza e assenza esistenziale. Ciechi per meglio vedere. Rosso su labbra e guance perché le donne sono composizioni di compostezza e scompostezza.

È il mondo muliebre di Amedeo Modigliani, in mostra a Palazzo Reale fino all’8 settembre, all’interno della collettiva Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La sala che raccoglie i ritratti del livornese è una galleria di uomini e donne illustri, nel senso etimologico del termine. Illustri come luminosi. Jeanne Hébuterne stende il collo di cigno controbilanciato da chignon oblungo rosso, che macchia pure le strette labbra e accende la gonna. Le pupille sono abbagliate dalla sclera celeste.

Jeanne è la diciannovenne che si lancia dal quinto piano della finestra di casa dei genitori, all’indomani della morte di Amedeo, da cui aspettava un bambino di nove mesi. È l’autrice dell’Adamo ed Eva che peccano in mostra fondendo le loro dita a cospetto del serpente e di tre montoni. Tutta sopracciglia, occhi e dolcezza infantile nel Ritratto di ragazza dai capelli rossi del 1918.

La Bambina in abito azzurro illumina la tela con il colore della veste, mentre la Fanciulla in abito giallo soleggia con gote rossissime in un cappotto sbottonato insieme con La bella spagnola madame Modot, affine nei gusti del vestiario, lontana nell’atteggiamento: la fanciulla carica lo sguardo di delicatezza eterea, la madame guarda chi la guarda con supponenza.

Illustri come nobili. Inutile a dirsi, non di stirpe. Il mondo che è racchiuso a Palazzo Reale (piazza Duomo 14) è quello maledetto della Parigi del primo Novecento, dove si aggirava la poetessa Beatrice Hastings, un visino su un collone da sostenere con un braccio possente, o Monsieur Lepoutre, che l’arte mercanteggiava. E ancora Chaïm Soutine, alcolizzato, morto di fame ed ebreo nella Francia invasa dai nazisti.

Modì ritrae l’amico nel suo cappotto mai cambiato, con gli occhi spenti dall’ebrezza, i capelli unti dall’olio su tela, naso e labbra grosse. Nobili perché, malgrado tutto, pieni di arte.

Tanto diversi i due amici. Modigliani era dieci anni più vecchio del collega, decimo di 11 figli. Il primo protetto e prediletto dalla madre, il secondo abbandonato a se stesso per abbondanza di povertà. Differenti pure nello stile pittorico. Raffinato, figurativo, a nette campiture di colore quello del livornese, grezzo, espressionista in pennellate grossolane quello di Chaïm. Per lui la bambina non veste d’azzurro, ma indossa un vestito rosa che tinge braccia, faccia e ginocchia del colore preferito dalle femminucce.

La donna non è stilnovista ponte tra naturale e sovrannaturale, ma è La pazza. Ha mani, sì raccolte sul ventre, ma nodose e annodate dalla pennellata. Non luce, bensì buio dell’insania mentale che getta ombra inquietante dietro di sé. E gli occhi? Grandi ad accogliere una pupilla che c’è per rivelarsi assente. Le labbra spruzzo di sangue. Una mattanza umana che Chaïm urla con una lepre appesa a testa in giù e il bue squartato memore di Rembrandt. Con lui, Eugène Ebiche appende conigli e assolda una vecchia per massacrare un pollo.

Un’umanità che beve forte. Maurice Utrillo inizia a 13 anni. Iperattivo, è la nonna a passargli l’alcol. Poi l’arte come terapia per calmare un animo troppo inquieto dedito alla pittura urbana. In mostra è lui a portarci per la Francia del tempo: attraverso square de Messine, place Carnot ad Argenteuil, Fontainebleau. A rue Norvins sentiamo il profumo della boulangerie, a Montmartre saliamo la scala di rue Muller, mentre ci coloriamo gli occhi delle case fatiscenti di rue Marcadet.

Chissà se tra i suoi compagni avvinazzati c’era Il bevitore di vino di Leon Solà, dalle braccia forti che stringono cosce richiamate a reggere in piedi guance rosse e occhi tristi. O Il bevitore bretone, in tuta da lavoro, talmente fradicio che i lineamenti si deformano sotto il pennello di Henri Hayden.

Alcuni giocano a carte in omaggio a Cézanne, qualcuno fuma. Raphael Chanterou nell’Uomo con maschere fa fumare anche le maschere, che sono facce occhialute, impudiche fanno la linguaccia al visitatore.

E in questo mondo, la donna. Prostituta, quella di Suzanne Valadon, madre di Utrillo. Nuda, con fianchi, seni e cosce grossi di lussuria che soltanto contorni nerissimi tentano di contenere. Truffatrice nel Ritratto di Maria Lani, che convince oltre 50 artisti del tempo a farsi ritrarre in un “book fotografico” a costo zero da presentare al provino di un film dell’orrore, mai esistito. Demoiselles d'Avignon ingrassate Le grandi bagnanti di André Derain, colorate alla Matisse.

Fosforescenti le donne di Moïse Kisling. Sfacciato Il nudo sdraiato sul divano esibisce il corpo e nasconde la faccia voltandosi. La giovane cuoca mostra gambe in bianco e nero e arrossisce in viso illuminato a modi che sarebbero piaciuti a Georges de la Tour, il francese che – diceva André Malraux – in epoca barocca «interpretava la parte serena delle tenebre». Quella maledetta la lasciava a Caravaggio e alla Francia del Novecento.

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