Il Lazzaretto di Milano, da Manzoni a oggi

Il Lazzaretto di Milano, da Manzoni a oggi

Cultura Milano Lunedì 18 febbraio 2013

di Patrizia Debicke van der Noot
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Lazzaretto di Milano da via San Gregorio

Milano - Sull'origine del nome lazzaretto ci sono due ipotesi: la prima si rifà al lebbroso Lazzaro, protagonista della parabola evangelica, patrono degli appestati, la seconda all’isola della laguna di Venezia, conosciuta come il Lazzaretto vecchio, dove sorgeva la chiesa di Santa Maria di Nazareth, adibita nei primi del 1400 a ricovero di persone e merci provenienti da paesi infetti. Possibile che successivi lapsus fonetici abbiano fatto sì che Nazareth diventasse nazaretto e infine lazzaretto. Nome che, da qual momento, venne dato alle strutture destinate a evitare la diffusione delle epidemie. Ma fatalità o buffa coincidenza, i due uomini che più contribuirono alla realizzazione del lazzaretto milanese (1459/1509): il filantropo e notaio milanese Cairati, il finanziatore, e l’architetto Palazzi, il costruttore, si chiamavano tutti e due Lazzaro.

Il luogo scelto fu un'area subito fuori da Porta Orientale, oggi Porta Venezia, in loco Sancti Gregori al di la del Redefoss. La complessità della raffinata struttura architettonica, ispirata pare al progetto e ai disegni del Filarete, divenne presto il modello da copiare per altre città.

Il Lazzaretto milanese era un immenso quadrato con al centro una cappella e lungo i lati 288 camere di 8 braccia per 8 braccia ciascuna (4,75 m); 280 di queste venivano usate per gli infermi, mentre le altre 8 (4 agli angoli e 4 ai due ingressi) erano riservate ai servizi. La cappella fu sostituita nel 1585 dalla chiesa di San Carlo.

Per curiosità cito che alcuni recenti studi hanno cercato di interpretare questi numeri rifacendosi alla Cabala e nella forma stessa del Lazzaretto si sarebbero trovate somiglianze con la moschea di Omar a Gerusalemme o con il caravanserraglio di Kashan in Persia.

Ma neppure la costruzione del Lazzaretto riuscì a fare fronte alle tre grandi epidemie milanesi: quella del 1524 di Carlo V con 50.000 morti che dimezzò la popolazione; quella di San Carlo del 1576 che fu meno cruenta, circa 15.000 morti, nonostante le processioni che contribuivano a diffonderla e grazie invece alla rigidissima quarantena alla quale vennero sottoposti i milanesi, confinati in casa per mesi, e il gran freddo dell’inverno 1577 che se la portò via; e infine ultima, la più celebre forse, quella 1629 con i suoi 140.000 morti (la peste del Manzoni, dei Promessi Sposi). Infatti nei tre i casi il pur enorme recinto fuori Porta Orientale non bastò ad accogliere tutti gli ammalati e si dovettero improvvisare altri ricoveri di fortuna.

Dopo l’ultima delle tre pesti, il Lazzaretto fu adibito a scopi militari, mentre il prato veniva locato dall’Ospedale Maggiore per orti o pascolo. Nel 1797, con l’allora generale Bonaparte conquistatore e Milano capitale della Repubblica Cisalpina, fu ribattezzato Campo della Federazione e servì da alloggio alla Cavalleria. La chiesa di San Carlo fu ristrutturata dal Piermarini... Sempre in epoca napoleonica l'Ospedale Maggiore tentò più volte di venderlo, ma senza successo. Nel periodo della Restaurazione fu affittato a terzi come magazzino, poi a una fabbrica di cannoni.

Nel 1844 le stanze del Lazzaretto erano state trasformate in povere abitazioni e la chiesa serviva da concimaia. Meno di vent’anni dopo fu scavalcato da un viadotto ferroviario in stile rinascimentale, quindi nel 1881 venne comprato dalla Banca di Credito Italiano. La città incombeva, la zona prendeva interesse fabbricativo. Le trattative tra la Banca e il comune portarono alla stipula di una serie di convenzioni che prevedevano il mantenimento di buona parte dell’ antica costruzione ma… tutte regolarmente disattese una dopo l’altra.

Demolito e disperso in vari rivoli tra il 1882 e il 1890, oggi dell’immenso edificio del passato che corrispondeva all’odierno perimetro sito tra via Lazzaretto, via San Gregorio, corso Buenos Aires e via Vittorio Veneto, resta solo il breve tratto in via San Gregorio che ospita la Chiesa Russa Ortodossa, quasi all’angolo con corso Buenos Aires, e la chiesa di San Carlo restaurata e riaperta dal parroco di Santa Francesca Romana, dopo una pubblica sottoscrizione.

La Chiesa Russa Ortodossa di San Nicola oltre ai propri fedeli, accoglie quotidianamente anche un intenso flusso di curiosi di altre confessioni. Il devoto pellegrinaggio è provocato da un'icona, sistemata nel piccolo santuario di legno oltre il giardino che, di tanto in tanto, l’ultima volta nel 2011, piange lacrime accompagnate da un intenso profumo di rose. Passando ad altro profumo segnalo la Pasticceria San Gregorio, via San Gregorio 1: dichiara di fare il miglior panettone di Milano, non è a buon mercato, ma è di gran qualità e vale una pausa per la prima o la seconda colazione. In pochi passi o metri, Via San Gregorio offre un incredibile ventaglio di ristoranti giapponesi.

Tempo e spazio mi costringono a rimandare vicende e notizie su corso Buenos Aires e via Vittorio Veneto, ma la storia del Lazzaretto non mi fa dimenticare via Settala e Lodovico Settala, proto-medico, dottore dedito all’igiene pubblica e privata. Lui che oltre ad essere stato «uno dei più attivi e intrepidi e ... più riputati curatori» durante la peste di San Carlo, fu forse anche il primo a dubitare del ruolo degli untori nella diffusione del terribile morbo. Settala fu citato anche dal Manzoni nel XXVIII capitolo dei Promessi sposi. E proprio da via San Gregorio, a giusta e doverosa memoria, parte la strada a lui dedicata.

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