Libri Milano Giovedì 24 gennaio 2013

'La cappella dei Penitenti Grigi' di Maurizio Lanteri e Lilli Luini

La cittadina di Aigues-Mortes, in Camargue

Milano - Aigues-Mortes
22 febbraio 1729


Lucien Claparède aveva il cuore gonfio di mestizia. Calde lacrime gli segnavano le gote, mentre osservava gli ultimi bagliori del tramonto spegnersi ai piedi dell’altare.
Era l’ora dei Vespri, la cerimonia di sepoltura stava per iniziare.
I confratelli si disposero in silenzio negli scranni intorno a lui.
Gli occhi di tutti erano puntati sul feretro, collocato al centro della navata.
Un saio di tela grezza era il sudario che Guillelmine Rabat, la moglie del cambiavalute, aveva scelto per l’estremo viaggio. Troppo ampio per le sue esili fattezze, dava l’impressione che la malattia la stesse ancora consumando, fino a farla scomparire del tutto.
Un rintocco di campana. Il Sacrista raggiunse l’altare e accese un cero.
Il Direttore dei Canti intonò il De profundis. L’assemblea si unì alla voce.
Guillelmine non era stata una Penitente in vita, ma da Penitente aveva voluto morire ed essere sepolta. Per quasi un anno Lucien l’aveva lavata, accudita e confortata come fosse stata sua madre. Per quello esistevano i Penitenti Grigi di Aigues-Mortes, da più di quattrocento anni. Alleviare i mali del corpo e dell’anima, accompagnando chi soffre a un sereno trapasso. Un’opera di misericordia, compiuta in espiazione dei propri peccati.
Lucien non si attendeva elogi o compensi per quanto fatto. Guillelmine era morta ignorando chi si era preso cura di lei. Il saio e il cappuccio nascondevano le vesti e il volto, rendendo tutti i confratelli uguali fra gli uguali. Era la regola d’oro della congregazione.
La sventurata da tempo soffriva di petto. Una tosse senza posa tormentava i suoi giorni e le sue notti, rubandole il respiro e fiaccandone le forze. Eppure Lucine dubitava che fosse stato il morbo a causarne la dipartita. Un peggioramento così repentino non si era mai visto, nella sua esperienza. E quel terrore ingiustificato di morire fuori dalla grazia di Dio…
No, più ci pensava e più ne era certo. La signora con la falce non aveva bussato a casa Rabat di sua iniziativa. Qualcuno l’aveva chiamata.
Si era svuotato la coscienza, esprimendo il tremendo sospetto a chi ne sapeva più di lui. La scelta era caduta su un confratello che rivestiva un ruolo influente a Aigues-Mortes, in grado quindi di perseguire la verità. Lo stesso uomo che ora sedeva nello scranno accanto al suo e accompagnava i salmi con voce grave. Da lui erano venute parole di rassicurazione e di saggezza. Nessun malvagio poteva aver fatto del male a Guillemine, quando era sotto la protezione dei Penitenti Grigi. Sarebbe stato un sacrilegio. Dio stesso avrebbe punito la mano dell’empio.
Lucien era uscito più sereno dal colloquio, ma lì, nella penombra della Cappella, i suoi dubbi rirpresero forza. La preghiera non gli dava nessun sollievo. Si trovò a inseguire infausti presagi, dimentico di quanto gli accadeva intorno.
Il cessare dei canti lo riscosse.
La cerimonia volgeva al termine. Quattro Penitenti incappucciati attorniarono le spoglie mortali di Guillelmine Rabat, le sollevarono senza sforzo e lasciarono la navata, dirigendosi verso uno stretto corridoio. Lucine si accodò. La scala che conduceva alla cripta era ripida, i gradini viscidi dell’umidità salmastra che trasudava dalle paludi poco lontane.
Attraversarono l’ultima porta e furono nell’ossario.
Il tanfo di morte gli impregnò le narici. In quei corridoi angusti giacevano i loro progenitori nella fede, fin dai tempi in cui la Cappella era stata costruita. Quanti erano? Solo l’Archivista che teneva i registri avrebbe potuto rispondere. Le lapidi erano anonime, sovrastate dalla croce di Malta e dalla scritta PÆNITENS. Seguiva un codice di lettere e cifre.
Terminata l’inumazione, tutti uscirono con sollievo all’aperto.
Per Lucien era tempo di tornare in campagna, alla sua mandria di tori.
Era scesa ormai la notte. Il mangio-fango, un vento secco e caldo, sferzava da sud i vicoli di Aigues-Mortes. Una luna all’ultimo quarto occhieggiava a metà della volta celeste. Accelerò il passo, lasciando la Grand’Rue e dirigendosi verso Porta della Cicala dove lo aspettava il suo cavallo.
Baba lo salutò con un nitrito sommesso, smettendo di brucare l’erba. Un attimo dopo Lucine era in sella e si lanciava al galoppo verso gli stagni di Repausset. L’aria frizzante cancellò poco a poco i brutti pensieri.
Intorno a lui brulicava la vita. Gruppi di fenicotteri, i pochi rimasti per l’inverno, dormivano con la testa ripiegata sotto le ali. Imponenti tori neri, sdraiati a semicerchio, vegliavano a difesa dei loro piccoli. A tratti, improvviso, il grido di un rapace tagliava l’aria.
Lucien giunse su un terrapieno, sormontato dal capanno di un cacciatore.
Qualcosa ostruiva il sentiero. Un animale?
Baba fece uno scarto, impennandosi sui posteriori. Lucien tirò le redini e smontò con un volteggio. A terra c’era un viandante, esanime, seminascosto dal mantello.
«Hélas, buon uomo. Cosa vi è successo?» chiese Lucien, inginocchiandosi.
Uno stropiccio di piedi dietro di sé lo fece trasalire, ma era già troppo tardi.
Non sentì neppure la lama che gli entrò nelle carni per bere il suo sangue.

© 2013 Casa Editrice Nord s.u.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Per accordo di Thesis Contents s.r.l., Firenze, Milano

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