Libri Milano Lunedì 12 novembre 2012

Catherine Dunne: «C'è qualcosa da guadagnare anche da una tragedia»

Catherine Dunne

Milano - Catherine Dunne ha trascorso qualche giorno a Milano per promuovere Quel che ora sappiamo (Guarda, 2012, pagg. 394, 18 Eu) il suo nono romanzo.

Autrice del famoso La metà di niente, citato da Veronica Lario nella lettera pubblica con la quale ha messo la parola fine al matrimonio con Silvio Berlusconi, Dunne non ha reticenze.

Durante il nostro incontro parliamo del suo neonato profilo facebook - «Mi piace interagire con i lettori, ma non scrivo nulla di privato» - della crisi economica - «Ricordo che mio figlio tempo fa mi ha chiamato tutto preoccupato e mi ha detto; "Mamma, ma davvero c'è la recessione?" Come lui tanti giovani irlandesi non hanno mai vissuto un periodo così difficile e ne sono spaventati» - e, inaspettatamente, anche di me.

Succede infatti che, poco prima di salutarci, Dunne mi dia un consiglio, a bruciapelo: «Se vuole scrivere un romanzo, si prenda del tempo, come fosse un compito, un'ora e mezza al giorno. All'inizio io ho fatto così». Sono stupita, non ho mai fatto accenno al fatto che, in futuro, mi piacerebbe scrivere un romanzo, ma abbozzo. Le rivelo le mie perplessità: sarò in grado di raccontare una storia in cui non ci sono fatti reali, veri? La scrittrice irlandese sorride e poi fa: «Non sempre dove non ci sono fatti, non c'è la verità». Touchée.

In Quel che ora sappiamo la verità, i fatti, le conseguenze per una scelta sono il filo rosso della narrazione. L'incipit è semplice, Patrick e Ella sono una coppia di mezza età che deve fronteggiare un evento drammatico, inatteso che riguarda il loro figlio quattordicenne.

Il suo libro parla di relazioni familiari. Quanto davvero sappiamo delle nostre famiglie?
Questo è il tema principale di Quel che ora sappiamo. Patrick e Ella scoprono troppo tardi cose di loro figlio Daniel che avrebbe voluto scoprire prima.
Tutti abbiamo un lato pubblico e uno privato. Penso ci sia un linea davvero sottile fra ciò che ciascuno di noi considera privato e quello che riteniamo segreto. Questa riflessione porta ad un altro dubbio, quanto davvero sappiamo degli altri? E ancora, quanto sappiamo di noi stessi? A volte capita di fare cose le cui reali motivazioni sono nascoste. Quando gli altri entrano in relazione noi, succede davvero molto spesso.

Daniel, un ragazzino con grandi responsabilità. E' intelligente, sensibile ha talento artistico e vuole essere all'altezza delle aspettative dei suoi genitori. Come ha costruito la sua voce all'interno del romanzo?
Due sono le cose che mi hanno aiutato ad immaginare Daniel: sono madre e, prima di scrivere a tempo pieno, ho insegnato per 17 anni. So come i teenagers si comportino, quanto siano vulnerabili e conosco le relazioni che si instaurano in classe.
Daniel, non è un debole, anzi, non nasconde la sua propensione artistica. Prima di iniziare a scrivere il libro ho studiato il tema del bullismo. Da alcune ricerche emerge che i giovani incoraggiati ad esprimersi artisticamente, patiscono conseguenze catastrofiche se la loro creatività viene danneggiata.
E c'è un altro elemento davvero interessante. I ragazzini sono spesso molto protettivi nei confronti dei loro genitori. Se qualcuno li fa soffrire, cercano in tutti i modi di non farlo sapere a mamma e papà, temono che il loro intervento potrebbe peggiorare le cose, e forse, all'inizio, è vero. Ma rimanere in silenzio davanti a casi di aggressioni fra teenagers non è ammissibile.

Patrick si rimprovera di non essersi comportato diversamente. Si tormenta chiedendosi 'Se avessi fatto questo, avrei potuto evitare quello' e così via. Quasi che presente, passato e futuro fossero intercambiabili.
Il tempo è una creazione piuttosto artificiale. Borges ha scritto proprio di questo, a proposito del futuro che cammina su binari paralleli rispetto al passato fino a dire che non c'è alcuna differenza fra loro. A mio avviso il tema centrale a proposito del tempo sono i rimpianti. In pochi provano rimorso, anche a proposito di cose andate male, perchè ha a che fare con qualcosa che si è deciso di fare. Invece con i rimpianti va diversamente, restano per sempre. Ho una grande empatia per Patrick: lui sa che un giorno, per qualche istante, avrebbe potuto fare qualcosa, ma non ha fatto nulla.
Nel libro quel rimpianto lo rende una persona migliore, entra nel suo futuro con un altro approccio, molte cose dentro di lui sono rotte, ha 72, sa che non ha tantissimi anni davanti, ma sceglie comunque di guardare avanti. Penso davvero che ci sia qualcosa da guadagnare anche da un terribile trauma.

Nei suoi libri c'è spesso un giardino. Le piacciono?
Adoro i giardini, ammirarli, sedermi al sole, ma non ho tempo per il giardinaggio! Il viaggio verso casa, che in inglese si intitola The Wallen Garden, ha quel titolo perchè nell'ebreismo il giardino nascosto è una metafora della famiglia e della sua protezione. E' un po' come come il giardino dell'Eden. Anche in Le cose che ora sappiamo c'è un giardino, quello di Ella. In quel luogo pare che nulla di orribile possa accadere, invece, purtroppo non è così. In generale penso che il giardino faccia pensare a pace e tranquillità, a qualcosa che nutre il nostro spirito.

Cosa fa Catherine Dunne quando vuole farsi un regalo?
Uso il mio tempo. Ce n'è sempre troppo poco. Quando riesco, la domenica mattina prendo il giornale e un libro. Vado a letto con una tazza di té e leggo, per due o tre ore, nel silenzio.

Lei è stata molte volte a Milano, qual è la sua impressione sulla città?
Milano è davvero animata, tutti sembrano così impegnati. In generale, il traffico mi spaventa tantissimo. Ogni volta che arrivo, dato che noi guidiamo a destra, passo l'intero viaggio dall'aeroporto, pensando 'Oddio, ci vengono addosso'. Anche a Dublino ci sono i tram, ma le macchine non possono salire sui loro binari, qui invece lo fanno. Inoltre provo un'enorme simpatia per i ciclisti, le auto quasi li sfiorano e loro continuano a pedalare.
Mi piacciano i parchi, le aree verdi, la parte più antica della città e gli edifici che sembrano sfogliarsi. Penso che Milano sia un bel mix di vecchio e nuovo, ma non posso fare a meno di pensarla come una città in cui si lavora, e tanto.

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