Libri Milano Giovedì 29 marzo 2012

Maria Pace Ottieri: «A Milano non c'è più sobrietà»

LA MIA MILANO

Città dai mille volti, iperattiva e cosmopolita come nessun altro luogo in Italia, Milano è difficile da inquadrare, tiene insieme il glamour della moda e una fitta rete di associazioni e onlus che si occupano di sociale. Capitale dell'editoria, della pubblicità, ma anche del campionato di calcio, almeno da alcune stagioni. Tante luci e parecchie ombre, lo smog, il traffico e le poche aree verdi a disposizione, per citarne alcune.

La Mia Milano è una rubrica che racconta la città attraverso gli occhi di personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo - attrici e attori, scrittori, architetti, amministratori e trendsetter - con una caratteristica in comune: vivere nel gran Milàn.

Milano - Milanese e cittadina del mondo, Maria Pace Ottieri guarda la metropoli dov'è nata con occhio critico. Nell'intervista che le abbiamo fatto emerge la dolcezza di un passato in cui la città conservava tracce di un'autenticità saporita, oggi annacquata dall'abbondanza. Di negozi, oggetti, mode.

Primissimo ricordo di Milano

Le mattine buie e fitte di nebbia nel percorso da casa a scuola e i residui del carbone che il portinaio mi regalava per farci le montagne del presepio.

Pregiudizio più comune sulla città?

La sobrietà. È vero che è stata a lungo una qualità anche delle classo dirigenti ma negli ultimi vent’anni anche questo è cambiato e l'understatement non c'è più, i soldi sembrano non bastare mai nemmeno a chi ne ha in abbondanza.

Zona in cui vivi? Cosa ti piace della tua zona?

La quantità di tram e stazioni della metropolitana a disposizione, (non guido), certi angoli come San Sempliciano e San Marco, il mercato, nonostante lo stravolgimento subito negli ultimi vent'anni, ha ancora una vaga atmosfera. Ma i vecchi panettieri e droghieri sono stati sostituiti da negozi di lavandini e rubinetti pseudoantichi o da design da ufficio.

Locale preferito
Dopo tanti anni, spostandomi spesso, vivo a Milano un po' come fossi su una piattaforma petrolifera, partecipo alla vita sociale inevitabile della città, ma non la esploro più molto e se lo faccio mi sembrano più avventurose le periferie e i locali dove si entra per caso e magari non si ritorna.

Ristorante preferito
Non ne ho uno specifico, mi piacciono i vecchi ristoranti dove si mangia ancora in modo decente, quelli di ceppo toscano. Purtroppo a Milano, in centro, non c'è la tradizione delle piccole trattorie come a Roma, dove pure sono in via di sparizione ma erano fino a poco tempo fa molto diffuse.

Teatro preferito
Il Teatro Studio perché ha una dimensione che ti fa sentire in scena e il Teatro I perché non sembra di essere a Milano.

Perché hai scelto di vivere a Milano?
Non ho scelto, ci sono nata, l'hanno scelta i miei genitori tosco-romani, proprio perché allora era una città più vitale. Me ne sono staccata infinite volte, anche per vivere qualche anno altrove, ma poi ci sono tornata come a una cuccia prevedibile, fedele, neutrale.

Come si è trasformata Milano negli ultimi vent'anni?
Cancellando ogni traccia del vecchio tessuto cittadino, negozi specialissimi di valigie, lacci da scarpe, mercerie, drogherie, per sostituirli col generico provincial-globale, come è successo nell’architettura. Quanto alla società, Milano oggi è una città che assorbe le convenzioni e le mode prima delle altre per ingenuità, i milanesi sono creduloni, si sentono rassicurati dal conformismo, così qui tutte le ideologie del mondo di oggi (chi dice che ci siamo liberati dalle ideologie mente per la gola) sono prese ancora più sul serio che altrove: la finanza, il mercato, la moda delle gallerie d'arte. Il lato buono di questo modo di essere è che, se non si spaventano, i milanesi sono pronti ad assorbire anche fenomeni più interessanti come l’immigrazione che almeno nelle sue prime ondate ha trovato qui una città aperta dove era possibile costruire una vita dignitosa.
Poi c’è la Milano dei grandi affari , soprattutto immobiliari, che dopo lo spavento e lo choc di Mani Pulite, mi pare si sia lasciata pervadere come mai prima dal malaffare e dal potere delle mafie.

Lo spettacolo teatrale che più ti ha lasciato senza parole negli ultimi mesi?
Devo risalire agli ultimi anni, il 2007, Fragments di Beckett con la regia di Peter Brook, un teatro fatto di testi e attori straordinari e grande semplicità.

Sua padre Ottiero (Ndr scrittore e poeta, il suo romanzo più noto è Donnarumma all'assalto) ha scritto: «Sono un intellettuale di sinistra, sono venuto qui per esserlo, come uno va a frequentare una scuola in un’altra città…Roma è il mio essere, Milano il mio dover essere». La nostra città è ancora capace di essere capofila dell'impegno civile e culturale in Italia?
Mio padre si riferiva alla Milano delle fabbriche, della classe operaia, delle lotte per i diritti, aveva lasciato Roma perché lo interessava il mondo industriale come materia narrativa, non solo dal punto di vista politico, da cui poi i suoi libri di letteratura industriale. Di quella Milano non resta niente e essere impegnati a uno scrittore di oggi appare quasi una diminuzione.

Se Milano fosse uno scrittore o una scrittrice quale sarebbe?
Se penso alla Milano degli anni del dopoguerra fino agli anni settanta, mi viene in mente Camilla Cederna.

Quali sono i libri che consiglieresti di leggere a chi non conosce Milano per farsi un'idea della città?
Le meraviglie d’Italia di Gadda, ci sono alcuni capitoli dedicati a Milano, che lo scrittore considerava «perduta alle leggi vitali dell'armonia», cresciuta dai primi del Novecento in poi nel disordine, come «certe ragazzone dementi venute su alla buon'ora e nell'abbandono di tutti, a furia di polente e di busse». Immaginava che l'Uggia avesse detto un giorno al Cattivo Gusto: «Fabbrichiamo una città dove poter imperare senza contrasti: tu sarai re, ed io la regina». Il decalogo stilato da questa insolita coppia di regnanti vale oggi più che mai, anche per quei nuovi goffi grattacieli che imitano una postmodernità altrove già passata.
Milano non è mai stata una capitale ma ha avuto alcuni tra i più grandi architetti del secolo scorso che non sono riusciti a darle alla città una coscienza della bellezza.

La cosa più rock and roll da fare nella città?
Tuffarsi in una discoteca sudamericana o andare a vedere il Parco Trotter o il Parco Lambro la domenica dove le comunità immigrate ballano con libertà e grande energia.

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