Teatro Milano Teatro Franco Parenti Venerdì 27 gennaio 2012

'Sul concetto di volto nel Figlio di Dio'. Blasfemo? No

Milano - Un padre. Che se la fa addosso, sotto gli occhi attoniti del pubblico, le attenzioni premurose del figlio, lo sguardo enigmatico del Salvator Mundi di Antonello da Messina che non può salvare.

Due figli. Quello di Dio - un altro Padre, presente in scena per assenza - e quello che monda l'uomo malato d'incontinenza. Pazientemente, con amore, rassicurazione, spavento per le condizioni che si aggravano sempre di più e che palesano una fine prossima. Poi rabbia e rinuncia.

Sul concetto di volto nel figlio di Dio, lo spettacolo in scena fino a domani al teatro Franco Parenti (via Pierlombardo 12) che ha scatenato aspre polemiche e persino minacce contro il regista Romeo Castellucci da parte di fronde cattoliche, è questo. Noi non intravediamo blasfemia, solo il legittimo dubbio dell'esistenza di Dio, davanti a una malattia straziante che sporca un vecchio, lo piaga, affligge e umilia.

È una storia d'amore totale, dove la televisione viene spenta perché si intromette tra questo Enea che carica sulle spalle Anchise, la cravatta è piegata sulla schiena, il cellulare ammutolito per togliere ogni impedimento alla loro solitudine. È un vero vocabolario d'amore, fatto di spugne, asciugamani, vestaglie asettiche. E allora la logica può essere rovesciata perché oltre le feci, c'è la prospettiva della pulizia.

Rappresentata da una sublime bianchezza quasi abbagliante che piano piano si insozza, una bellezza che fugge e si affaccia sul tremendo. Una bellezza evocata anche attraverso la pittura, da quella rinascimentale al dripping pollockiano.

È pulita anche la recitazione. Non c'è declamazione da parte degli attori Gianni Plazzi e Sergio Scarlatella, ma un parlato che a volte si fa persino fatica a sentire. Il linguaggio è ipernaturalistico. Il padre piange, borbotta, supplica perdono, ma quel che dice si capisce a mala pena. Il figlio instaura allora un monologo che mai avrà risposte con il padre naturale e il Padre eterno trino nel figlio, cui si avanza una pretesa.

Il gigantismo dell'immagine del Cristo, che rientra in una dimensione pubblicitaria, spinge a invocare «Gesù, Gesù, Gesù», ma l'enorme volto davanti a una scena così piccola non può fare niente.

E allora la recitazione si sporca. La quantità di deiezioni in scena aumenta fino a svelarsi tanica di liquame, presente in primissimo piano sul letto in scena: è il collasso della rappresentazione, lo stratagemma che diventa visibile. «Il teatro – afferma Castellucci – d'altronde altro non è che l'arte di rendere visibile, ciò che è invisibile».

Il linguaggio si avvicina allora a quello della scuola viennese. Il volto di Antonello è lordato di colore e rotto. La parola, il Verbo, comunica uno slogan complicato, ambivalente che contemporaneamente crede e non crede: la libertà meravigliosa di scegliere.

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