Lella Costa presenta 'Arie'. L'intervista - Milano

Teatro Milano Teatro Carcano Venerdì 13 gennaio 2012

Lella Costa presenta 'Arie'. L'intervista

© Samuele Pellecchia

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Milano - «Io non voglio essere presa alla lettera». Me lo dice Lella Costa dopo qualche minuto di conversazione. L'ho raggiunta al telefono per farmi raccontare qualcosa su Arie, lo spettacolo, quasi una summa antologica dei suoi lavori, che presenta al teatro Carcano (corso di Porta Romana 63) dal 18 al 29 gennaio.

«Arie è un titolo che allude alla musica, ma anche al non prendersi troppo sul serio, alla leggerezza. - spiega - Mi piace pensare al mio mestiere come ad un gioco, sarà mica un caso se, in inglese e in francese, il verbo recitare vuol dire anche giocare, no?».

Lo spettacolo – scritto dall'attrice e autrice milanese, insieme a Massimo Cirri e Giorgio Gallione, anche regista – è nato da solo, già con le parole, come direbbe Vasco: «Nel marzo 2010, ho ricevuto il premio Una Vita per la musica dall'Associazione Amici del Conservatorio di Milano, avevano riconosciuto nel mio lavoro un'insolita attenzione al ritmo, alla musicalità».

Costa non è tipo da autocelebrazioni, ma le ragioni del premio sono tangibili: fra le collaborazioni in note che hanno costellato la sua carriera spiccano anche i nomi di Paolo Fresu, Stefano Bollani, Danilo Rea e anche Ivano Fossati: «Ha firmato le musiche di Magoni, uno spettacolo del 1994 - ricorda - in scena con me c'era Claudio, detto Lillo, suo figlio, alla prima tournée, che suonava la batteria».

Alice, Amleto, Ragazze, Traviata, sono solo alcuni dei copioni che Lella Costa riprende in mano alla ricerca dell'elemento che le è valso l'inatteso riconoscimento. Si fa speleologa delle sue stesse parole e riemerge in superficie con un nuovo monologo in cui la musica è spunto per muoversi attraverso i testi, i passi della sua carriera.

«Mi piace raccontare i classici della narrazione occidentale - Chi lo dice che la gente vuole la novità? Basta pensare ai bambini, loro amano ascoltare sempre le stesse favole, guai a cambiare anche solo una parola. È quasi impossibile inventare storie nuove, io mi sono appassionata agli autori che l'hanno fatto meglio, i greci, per esempio. Lo definirei il privilegio di fare l'attrice».

Ma com’è che da Shakespeare si torna a Zelig (ndr la trasmissione è in onda il venerdì su Canale5): «Zelig è unico, porta la comicità in tv attraverso il cabaret dal vivo -spiega - Hai a disposizione due serate, va in onda la migliore. Non so neppure dove sono le telecamere, recito per le 4000 persone paganti che ho davanti. E poi c’è Claudio Bisio, quant’è bravo lo si capisce solo lavorando insieme».

Con una capriola di pensieri, ci troviamo a parlare del web: «Sono un'analfabeta informatica - ammette - Ho scoperto da poco una nuova parola: 'nativo digitale', mia figlia che ha quindici anni lo è. Cosa mi fa paura? Il fatto che la rete possa diventare il fine, mentre dovrebbe essere un mezzo, un modo per entrare in contatto con altro».

Come il teatro, azzardo: «A teatro c'è un elemento fondamentale, il patto di condivisione, la relazione che si stabilisce fra chi è in scena e il pubblico, che esiste nella realtà, quello al web manca».

Prima di salutare, le chiedo se è riuscita ad aver ragione della Sindrome di Gertrude, quella che ha dato il titolo all'omonimo libro-autobiografia, la tendenza a rispondere sì a qualunque richiesta e proposta, per rischiosa che sia, come fece Gertrude, la monaca di Monza, con le ben note conseguenze. Ecco la risposta: «Ci faccio un po' più attenzione, ma la vedo anche come un privilegio della vita. E poi la tirchieria di sé è davvero un peccato mortale».
Secondo me, non è guarita, ma lasciatemi dire che è meglio così.

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