Libri Milano Giovedì 12 maggio 2011

Grazia Livi: «la mia vita è una storia di parole pensate»

Pubblichiamo di seguito un testo della scrittrice Grazia Livi. Il racconto - dal titolo Le parole Pensate e già edito sul sito www.societadelleletterate.it - fa parte del progetto Il mio primo Libro, a cura della Società Italiana delle Letterate, in cui le scrittrici raccontano le vicende editoriali che hanno portato alla pubblicazione del loro primo testo.

Milano - Mi è stato chiesto di parlare del mio primo libro: nascita e pubblicazione. Ho avuto un moto di piacere. Non mi accade mai per gli altri libri. Semmai un piccolo sussulto, come di disorientamento, come di ansia. Chissà dov'è, chissà che impressione mi farà. O la puntura d'un fastidio: non fatemi tornare al passato!
Ne ho viste fin troppe! E subito dopo una risposta cortese, accomodante, dettata dal saper vivere. O addirittura un rifiuto: quel libro no, non ne ho più neppure una copia, dovrei chiederlo all'editore, riallacciare i rapporto con quell'antipatico, mi pesa.

Invece ho provato un lieve piacere. Tutta la mia vita è una storia di parole pensate che mi hanno pungolato come uno sciame di api. Volevano essere messe in ordine e organizzate in una simmetria che desidero chiamare scrittura. Volevano dare significato a ciò che stavo vivendo. Volevano arrivare al nocciolo, alla vera ragione. Volevano consolarmi di quella dura scelta che avevo fatto quand'ero ancora bambina. Una bambina magrissima e attenta, con le orecchie piene di bei suoni, la mente aperta a tutte le impressioni, il cuore che le emozioni intasavano facilmente. E allora: sarò scrittrice! Quella frase si profilò molto chiara, ma sottovoce e come una profezia entrò nei miei sogni. Naturalmente quelli molto luminosi, rimandati lontano lontanissimo: al futuro ignoto.

Durante l'adolescenza studiai moltissimo, le ansie da interrogazione oscurarono quasi tutta la possibile spensieratezza. Per non parlare della prima giovinezza e dell'università che mi buttò addosso esami, manuali, esercitazioni, prove scritte, tesi, discussioni, rivalità. Ne emersi a ventidue anni, liscia come un pesciolino, fantasiosa, spiritosa. Mi sposai. Andai a stare a Londra sperimentando una vita adulta promettente di novità e di libertà. Non avevo doveri immediati. Potevo osservare la realtà da un piccolo osservatorio aperto, che era il mio punto di vista. Una specie di finestrella. Da lì - senza professori, senza persuasori - la vita inglese degli anni Cinquanta entrava a sbuffi, a folate, come un vento. Sentii una strana eccitazione e molte strane somiglianze. Del resto gli inglesi avevano sempre amato e scelto di dimorare a Firenze, e io ero fiorentina. L'affinità, quasi inspiegabile, era di antica data.

Fui colpita dalle abitudini riservate alle persone colte, dalla cautela delle conversazioni, dal ritmo ordinato della grande città, dove si intrecciavano i riti e le solitudini. Ero pronta a colorare quel che vedevo con descrizioni umoristiche. Osservavo tutto e ridevo di tutto. Un amico giornalista mi disse: «Capisci così bene questo mondo... perché non provi a scriverne?» E mi dette l'indirizzo del suo settimanale prestigioso. La mia istintività allora era spontanea, non ancora appesantita dalla consapevolezza. Tutto pareva possibile. Scrissi, come giocando, e poco dopo vidi l'articolo pubblicato, persino con rilievo. Il sottotitolo era Vita di Londra. Mi furono chiesti altri articoli, ero piena di incredulo stupore. Tuttavia li mandai, ed ebbero una piccola eco, pari all'allegra naturalezza con cui erano stati scritti.

Quando tornai in Italia ero già una ragazza diversa. Il problema, molto grosso allora per una donna, era quello di una identità in fieri in un mondo quasi privo di uscite: il mondo patriarcale. Pianificai di diventare indipendente facendo la giornalista. Era scomparsa l'allegria. La responsabilità piena di conflitti si era insinuata nella vivace incoscienza della ragazza che voleva diventare una persona, secondo se stessa. Avrei potuto mantenermi scrivendo per i giornali.

Poi, improvvisamente un colpo di scena. L'editore Sansoni - nella persona del suo nuovo proprietario, Federico Gentile - iniziò una collana di libri narrativi, più precisamente libri d'esperienza vissuta, e mi chiese se avrei desiderato pubblicare i miei articoli inglesi. Dissi un sì lusingatissimo, ma frastornato, del tutto privo di reale conoscenza (cos'è una collana, come ci si comporta con gli editori, cos'è un contratto), chiesi consigli qua e là ai letterati che conoscevo, ebbi piacevoli consensi dai famigliari e un titolo venne fuori da sé: Gli scapoli di Londra. Era un titolo breve, invitante e vi campeggiava un tipo d'uomo che si esprimeva con reticenza, con una lieve balbuzie, con chiari occhi svagati, che si muoveva senza disinvoltura, senza ostentazione, come un ospite guardingo della vita, abituati ai segreti.

Era il millenovecentocinquantotto, la cultura di massa ancora non esisteva, la letteratura viveva in un mondo cintato, privilegiato, i suoi cultori leggevano davvero, e davano davvero giudizi motivati e convinti. Il mio piccolo libro giovane venne notato. E anche recensito. Persino da Eugenio Montale: poche righe molto favorevoli sul Corriere della Sera. Venni messa alle strette da un acutissimo critico letterario, Giansiro Ferrata. I suoi incitamenti a essere scrittrice, lasciare da parte i giornali, si sposarono ai miei antichi e fanciulleschi desideri e riaffiorò la mia profezia personale: sarò scrittrice.

Al premio Bagutta dell'anno seguente, che vide vincitore Italo Calvino coi suoi racconti, venne affiancato da tre note signore di Milano, il premio per una scrittrice. Fu assegnato a me. Ricordo un vestitino nero, scollato a punta, con un fiore uguale di seta nera, e il battere furioso del cuore per la paura di fare brutta paura, quando il mio nome venne scandito. Ebbi un assegno di cinquecentomila lire. Più tardi osai chiedere a Calvino se aveva dato un'occhiata ai miei Scapoli di Londra. Disse con buona educazione: «Sì, certo». E aggiunse: «Lei scriverà delle cose molto belle da vecchia».

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