Concerti Milano Mercoledì 27 aprile 2011

Vinicio Capossela presenta 'Marinai, profeti e balene' a Milano

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Milano - «E venne dall'acqua, venne dal sale
la penitenza dalla mano del mare.
E il comandante avanza e niente si può fare
vuole una morte, la vuole affrontare».

Il mare al soldo di una natura ostile sfidata da un Capaneo che ricorda lo straordinario Klaus Kinski nei panni di Aguirre, furore di dio. Questa è una delle immagini più straordinarie uscite dalla voce di Vinicio Capossela. La canzone è la Santissima dei Naufragati, una poesia che si merita pienamente questo titolo. Il testo è infatti liricamente costruito su anafore, anastrofi, allitterazioni, metonimie classiche; l'interpretazione è quasi recitata.

Nel nuovo doppio disco di inediti uscito il 26 aprile, la poesia lascia il posto alla letteratura, i cui protagonisti sono Marinai, profeti e balene; il mare - eletto come perfetta metafora della condizione dell'uomo - ne diventa il leitmotiv.

I marinai - spiega Capossela davanti alla folla di gente accorsa alla Feltrinelli di stazione Centrale - sono stati scelti come l'espressione dell'uomo in cerca di una direzione e come l'Odisseo che «era così, - scriveva Cesare Pavese - né maiale, né dio, un uomo solo»; i profeti perché il destino è inconoscibile e tutte le cose vanno interpretate; le balene per significare lo smisurato che ci inghiotte.

Il lato A, che intende essere biblico, puritano, anglosassone, inizia con un inno protestante che vuole sollevare le anime in una titanica lotta tra bene e male. Si intitola Il grande Leviatano, rappresentato dal sistema capitale in cui il senso di virtù e di conoscenza non c'è più e bisogna guadagnarselo a forza.

La bianchezza della balena
nasce da una suggestione di Herman Melville che in Moby Dick esalta il bianco come colore dell'assenza: di assenza di peccato, come nell'accezione di purezza, o di vita, come nel lutto dei giapponesi. E nella canzone questa bianchezza diventa terrificante perché «niente è più terribile di questo colore una volta separato dal bene».

Melville suggerisce anche la storia del marinaio Billy Budd in catene, mentre Joseph Conrad presta al cantautore il suo Lord Jim, eroe dell'errore commesso e portato sulle spalle come marchio di fabbrica d'altronde condiviso. Canta Capossela: «Hai perso l'innocenza: sei uno di noi Lord Jim».

Il lato B risulta più mediterraneo e omerico. Vino Vinocolo gioca sul nome del ciclope beffeggiato da Odisseo e da Caposela. Se il primo ordiva la sua trama mentre sentiva il monocolo dire "Nessuno è il tuo nome? Bene ti mangerò per ultimo e questo sarà il mio dono ospitale», Capossela avvisa «Attenti al cannibale».

Le sirene chiudono la serata alla Feltrinelli con il loro canto incessante che porta alla privazione della vita, perché non si può fare a meno di sentirlo. Le loro voci con quelle delle altre presenze "fantasmatiche" che vagano negli 86 minuti di musica di Marinai, profeti e balene, sono una «notte di birra» urlate da strumenti rari, come il theremin o la sega musicale vibrata da Francesco Arcuri, la lira cretese pizzicata da Psarantonis, un antico pianoforte Seiler scelto anche per l'assonanza con saylor.

Noi chiudiamo con il finale della Santissima dei Naufragati:

«E questa è la ballata di chi si è preso il mare
che lapide non abbia, né ossa sulla sabbia
né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni
nei fuochi sacri, nei fuochi alati
della Santissima dei Naufragati».

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