'Gli occhi di Caravaggio'. Al Museo Diocesano la mostra di Vittorio Sgarbi - Milano

'Gli occhi di Caravaggio'. Al Museo Diocesano la mostra di Vittorio Sgarbi

Mostre Milano Museo Diocesano Giovedì 7 aprile 2011

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Milano - Occhi posati sulle opere di grandi maestri. È questo il primo senso da dare al titolo della mostra Gli occhi di Caravaggio in programma al Museo Diocesano (corso Porta Ticinese 95) fino al 3 luglio per la curatela di Vittorio Sgarbi.

Gli artisti che più influenzarono il giovane Michelangelo Merisi furono veneti e lombardi. I primi misero in discussione la supremazia del disegno, suggellata dalla scuola fiorentina e romana, eleggendo il colore a principale strumento di cattura dell'immagine attraverso luce e pigmento.

Nel primo corridoio del Diocesano, una lunga galleria di ritratti mostra i volti di personaggi noti e non, eternati nel colore da Tiziano, che dedica un tributo all'amico letterato Pietro l'Aretino, Giorgione che incorona con ampi cappelli rossi i suoi musicisti appassionati, e Lorenzo Lotto che - a differenza del Vecellio - realizza «i primi ritratti psicologici: e non sono, naturalmente, - osservava Giulio Carlo Argan - ritratti di imperatori e di papi, ma di gente della piccola nobiltà o della buona borghesia, o di artisti, letterati, ecclesiastici».

Tintoretto è in mostra con tre soggetti sacri. Straordinari Caino e Abele che, presi dalla veemente lotta fratricida, sembrano sospesi in una natura altrettanto aggressiva e crudele culminante nell'insostenibile vista della testa di vitello mozzata e messa a prefigurare la morte di un innocente.

I lombardi insegnarono al loro corregionale la tradizione naturalista e gli sconfinamenti nel grottesco da sempre tipici dell'area. Tra gli altri, Moretto da Brescia si fa notare con il Martirio di San Pietro Martire, la cui testa viene aperta in due da un carnefice che indossa una curiosa cuffia rossa. Benché non si ancora morto, gli angeli in cielo sono già pronti a incoronare e accogliere tra di loro il santo.

Occhi posati sulla realtà da dipingere. Negli anni Settanta del 1600 Joachim von Sandrart scrisse che Caravaggio «si teneva davanti agli occhi, nella sua camera, l'oggetto che intendeva raffigurare, finché fosse in grado di ricrearlo fedelmente nella sua opera: e per riuscire a esprimere in modo completo il rilievo e lo stacco naturale aveva cura di servirsi di locali a volte scuri, o di altre stanze senza lume, che ricevevano una piccola luce dall'alto, in modo che tale luce non venisse dispersa [...] e che le ombre risultassero più vigorose".

Una tecnica evidente nella prima opera caravaggesca presente in mostra: la Flagellazione conservata al Museo di Capodimonte. Questo capolavoro chiarisce che luci e ombre non sono meri strumenti in mano all'artista per rilevare le forme, ma simboli di beatificazione e dannazione. Cristo è bagnato da divino chiarore, mentre i suoi carnefici sono già nella vita terrena condannati alle tenebre. È questa la sublime differenza che distingue l'artista maledetto dai suoi imitatori, che assunsero lo stile caravaggesco, senza capirne il più profondo significato spirituale.

In Antonio Campi, che circonda con sue opere quel Cristo piegato dal dolore e accasciato da un vile sgambetto, questa differenza è facilmente afferrabile. I suoi soggetti sacri sono virtuosismi che giocano sugli effetti di illuminazione mediante grossi candeloni.

Il secondo corridoio si apre con una carrellata grottesca: Vicenzo Campi sbianca con il formaggio i denti marci dei suoi Mangiatori di ricotta, Giulio Campi anima la sua Partita di scacchi con un Rigoletto drammaticamente buffone, mentre Bartolomeo Passerotti compone nature sadicamente morte. La sua Macelleria è condotta da due personaggi-mostri che hanno fatto a pezzi zampe villose, teste di cinghiali, cervelli. Chissà se l'espressionista tedesco Otto Dix, che trattò in una sua serie lo stesso tema in egual modo, conoscesse il Passerotti.

La Pescheria non è meno truce. Un pesce palla mostra dentini aguzzi che lo rendono spaventosamente curioso e contribuisce a spingere tartarughe imprigionate in un cesto di vimini a fuggire dall'orrore di tranci e budella sparpagliati sul bancone. Impresa ancora più terribile se si pensa all'insuperabile lentezza dei corridori.

Il percorso introduce a e si conclude con la Medusa Murtola, che offre un'ulteriore ultima lettura del titolo della mostra: gli occhi di Caravaggio sono quelli donati alla gorgone, languidi e atterriti per la morte violenta che li avrebbe dovuti spegnere per sempre se non fosse intervenuto l'artista eternandoli in uno sbarramento dolorosamente vivo.

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