Mostre Milano Martedì 29 marzo 2011

'Squaraus. Colore dal corpo'. La personale di Bros

© Laura Cusmà Piccione
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Milano - Sbeffeggiare i vernissages durante un vernissage certo è impresa azzardata.
Per evitare di cadere nella contraddizione è necessaria una buona dose di ironia che a Daniele Nicolosi, in arte Bros, non manca. Lo street artista ha portato la strada - sua abituale "sede di lavoro" - negli spazi chiusi della giovane galleria Officine dell'Immagine (via Atto Vannucci), gremendola di 40 personaggi tipici frequentatori delle inaugurazioni.

All'ingresso, ad accogliere i visitatori c'erano zucchero filato e una limousine bianca, sorvegliata da un autista che srotolava la sua lunga lingua dolorosamente messa a disposizione come tappeto rosso. All'interno, le opere di Bros si muovevano - nel senso proprio del termine - tra i due piani della galleria colorata da palloncini-emoticon. Si potrebbe parlare - ricalcando le intuizioni magiche di Piero Manzoni, antesignano ludico e provocatorio - di "installazioni viventi": uomini e donne indossavano costumi e accessori ideati dall'artista.

Attorno al dj e alla sua assistente, che apriva e chiudeva una tenda parasole su cui campeggia il disco di luce di Michel Chevreul, la Vanità si lamentava per il peso della parure-Smarties che doveva sopportare come prezzo dell'insostenibile sofferenza dell'essere. Una moderna Diana efesina, coperta da una novantina di seni appesi, rappresenta - parole del personaggio - "quella che sbatte la scollatura in faccia agli altri". In sua compagnia, una misteriosa figura, a cui era proibito rivelare la propria seconda identità, vestiva un burqa arlecchinesco che avrebbe fatto invidia a Papagena.

Per terra le guardava una zingara che giocava all'impiccato con il pubblico a cui rivolgeva il cartello "H_ FA_E CI _O 4 F_GLI S_NO F_MIGL_A P_V_RA".
Due scrocconi bevevano a un tavolino, mentre due facce di cartone si imbattevano nell'interrogativo di drive-iniana memoria «è lui o non è lui? Cerrrrrrrrrto che è lui»: trattasi del capolavoro del fanta-celeberrimo Teomondo Scrofalo.

Nel piano inferiore, un uomo con farfallino si trasformava in dio Kali grazie a grossi ventagli pieni di braccia di cui un ragazzo-zerbino "crocifisso" ai suoi piedi si sarebbe servito volentieri per ristorarsi dalla calura in cui la sua piaggeria lo aveva costretto. Su e giù passavano un gruppo di giapponesi tutti provvisti di macchine fotografiche, una ragazza con ingombranti bagagli, un uomo in compagnia della sua donna talmente oggetto da essere una bambola gonfiabile.

Incontriamo il curatore Alberto Mattia Martini vestito delle carte con cui la sua professione deve avere a che fare. Ci racconta così la performance della serata: «Abbiamo deciso di organizzare questa mostra in modo ironico per criticare quello che avviene solitamente durante le inaugurazioni, quindi abbiamo preso come stereotipi alcuni personaggi che solitamente si presentano alle inaugurazioni delle gallerie: il critico, il gallerista, l'artista» - prosegue Martini - «ma anche chi viene solo per mangiare al buffet, il giornalista, i visitatori giapponesi che vengono per scattare la fotografia, i benpensanti che non accettano assolutamente opere che non siano tradizionali come il quadro [e indica Teomondo Scrofalo] e tanti personaggi. Sono 36. Bros ha realizzato tutti gli abiti e gli oggetti che vestono. Le opere, quindi questi abiti, andranno poi ad essere allestiti nella mostra che aprirà sempre in questi spazi dal 15 marzo».

Avviciniamo Bros, pure lui "travestito". Indossa infatti i lunghissimi dreadlocks che aveva sfoltito già a partire dall'estate scorsa, quando si era presentato con taglio corto e baffetti al tribunale di Milano per la sentenza di proscioglimento dall'accusa di imbrattamento di alcuni edifici.

Dalla strada alla galleria per criticarne i meccanismi. Perché?
«Serve un posto per parlare di qualcosa serve trattare l'argomento in modo approfondito e penso che più approfondito di così, non si possa. Mi sono servito della galleria per prenderla in giro. È la prima mostra in galleria infatti che faccio». Prosegue l'artista: «Ormai le gallerie sono fatte da persone che acquistano, dopo un po' riescono a capire il business e poi con tanto di passione - come nel caso dei ragazzi che mi hanno aiutato a montare questa specie di parata - lavorano nel settore. Loro durante il giorno fanno un altro mestiere. Aprire una galleria oggi è un investimento e infatti viene criticata».

E' un fiume in piena, Nicolosi in arte Bros: «Il gallerista è un burattinaio e noi artisti siamo dei burattini mossi a piacimento per far divertire un po' la gente e vendere qualche cosa. Poi il burattinaio passa e ritira le offerte. Nel paese dei balocchi, gli artisti vengono pagati stranamente poco e sarà così anche questa volta qua. Siamo imprigionati con le catene».

Di questi tempi, siccome la pagliacciata si è fatta grande, ho capito che la gente deve essere coinvolta. I costumi vengono da fuori ed entrano dentro la galleria. Ho pensato di coinvolgere la gente facendo una specie di parata gigantesca, comunicando a tutti quanti e realizzando un'iconografia su bandiera perché io sventolo, sbandiero questi costumi che mostrano il mio odio per le inaugurazioni. E quindi ho realizzato 35 bandiere per 35 costumi e sono andato di porta in porta dalla gente a chiedere il balcone per esporle. È bello perché c’è la partecipazione della gente».

Come ricorda il titolo della mostra - Squaraus. Colore dal corpo - il set allestito da Bros rivela al visitatore in modo sincero la sua natura di cagata d’artista, forse a celebrazione del cinquantesimo anniversario del discusso capolavoro manzoniano Merda d’artista, vertice inarrivabile del ready-made più ready-made.

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