Concerti Milano Giovedì 9 dicembre 2010

Francesco Guccini in concerto a Milano il 10 dicembre

© Daniela Zedda

Milano - 1957, un gruppo di ragazzi va al cinema a vedere un film. La storia è quella di una band che partecipa e vince un concorso per suonare in un campeggio di scout girls. L'idea di passare l'estate con mille o duemila ragazze fece sognare gli spettatori della pellicola. All'uscita dalla sala la decisione è presa: bisogna metter su un complesso. Ogni componente de I Gatti - nome dato al gruppo - scelse uno strumento, a Francesco Guccini toccò la chitarra.

Il Guccio inizia subito a scrivere canzoni. La passione per la scrittura è qualcosa che lo accompagna fin da piccolo. Da sempre sogna di fare lo scrittore e scrive filastrocche, poesie e racconti. Amante della lettura, fruga tra i libri dello scaffale dei nonni paterni a Pàvana, località dell'Appennino Pistoiese. È qui che trascorre i primi cinque anni di vita, mentre il padre è arruolato nel secondo conflitto mondiale. Il piccolo Francesco nasce infatti a Modena il 14 giugno 1940, quattro giorni dopo l'entrata in guerra dell'Italia. Il terzo luogo emiliano d'appartenenza è sicuramente Bologna, dove si trasferisce negli anni '60 e dove vivrà a lungo in Via Paolo Fabbri 43.

Anarchico, agnostico e con l'Emilia nel cuore, Guccini ha debutto in proprio nel 1967, con Folk Beat n°1. L'album contiene testi 'storici', come Il sociale e l'antisociale, In morte di S.F. - o Canzone per un'amica, con cui è solito aprire i concerti -, La canzone del bambino nel vento - poi nota come Auschwitz - e Statale 17. Nel '69 il suo terzo album - L'isola non trovata - segna l'inizio della collaborazione col pianista Vince Tempera e col batterista Ellade Bandini, da allora sempre al suo seguito.

Ma il cantautore "nasce" nel 1972 con Radici. Il disco contiene una serie di canzoni incentrate sul tema dell'appartenenza: l'omonima Radici parla del mulino dei nonni, la Locomotiva - con cui è solito chiudere i concerti - parla di identità politica e la Canzone dei dodici mesi è segno di humus culturale. A partire da qui Guccini è un fiume in piena. Nel 1989 debutta anche come scrittore con Croniche Epafaniche, uno spaccato autentico - in dialetto modenese - del mondo di Pàvana e della vita sull'Appennino tosco-emiliano.

Libro dopo libro e album dopo album, arriva il nuovo millennio. Nel 2000 è la volta di Stagioni del cuore e a collaborare con lui - per la stesura del brano di Ho ancora la forza - è Luciano Ligabue. Quattro anni dopo esce l'ultimo disco di inediti, Ritratti. E nel 2010 - in occasione delle settanta candeline - esce Non so che viso avesse, la sua biografia, e Storia di altre storie, il nuovo best of.

Con i suoi quarant'anni di attività, Guccini vanta un repertorio di ben ventidue album. E nell'intreccio di parole tipico delle sue canzoni, ascoltiamo racconti autobiografici, politici e storici. Poeta e filosofo della quotidianità e dell'esistenziale, Guccini racconta l'essere umano, pone domande e fa riflettere.

Atmosfera da osteria
, chitarra, vino e qualche chiacchierata tra una canzone e l'altra: ecco cosa ci si aspetta da un suo concerto. E, tra nostalgia e speranza, Guccini unisce generazioni diverse. C'è chi sta seduto, ascolta e ricorda insieme a lui "il tempo che fu" e chi risponde all'appello in prima fila, pronto ad alzare il pugno e a cantare a squarciagola, mostrando l'importanza simbolica - esistenziale e politica - che il cantautore continua ad avere per molti.

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