Alessandro Fullin, l'attore di Zelig in scena con 'Un delitto senza importanza: chi ha ucciso Oscar Wilde?' - Milano

Teatro Milano Teatro Cinema Martinitt Lunedì 8 novembre 2010

Alessandro Fullin, l'attore di Zelig in scena con 'Un delitto senza importanza: chi ha ucciso Oscar Wilde?'

Milano - Tutti lo conosciamo per la professoressa Fullin, esperta di lingua Tuscolana alle prese con improbabili lezioni davanti alla platea televisiva dello Zelig. Attore, drammaturgo, scrittore, personaggio televisivo. Alessandro Fullin si racconta a mentelocale.it. Noi lo abbiamo intervistato in occasione della prima teatrale di Un delitto senza importanza: chi ha ucciso Oscar Wilde?, commedia da lui scritta e interpretata, in scena al Teatro Martinitt fino al 21 novembre (vedi box). L'Italia, la comicità e la televisione: ecco cosa ne pensa colui che si definisce un uomo che "non ha mai centrato una maggioranza, in nessuna sfera della vita".

Il tuo sito internet si apre con un aforisma: "Se uno scopre di avere un'anima un consiglio: la iscriva immediatamente in palestra". Oscar Wilde, nel XXI secolo, avrebbe potuto scrivere questa frase. Ti sei confrontato con i suoi personaggi nella pièce che porti ora a teatro e di cui firmi il testo: ti riconosci in lui?

«Ho scritto degli aforismi e apprezzo molto quelli di Oscar Wilde. Credo che lui abbia un senso dell'umorismo strepitoso, ma a volte è frainteso. Per esempio, la Salomé - che viene considerata un'opera estremamente drammatica - penso sia stata misinterpretata: è troppo tragedia, credo che nel testo ci sia un eccesso di drammaticità volutamente studiato e appositamente voluto da Wilde. Penso che il personaggio di Salomé non fosse così drammatico, proprio come quello che noi portiamo in scena in Un delitto senza importanza (durante la pièce Salomé pronuncia battute come: "Quante stronzate si possono dire in Palestina: qui la gente crede a tutto!", ndr)».

Hai dichiarato di non essere un attore comico, ma di fare ironia. Come definiresti la tua comicità?
«Io non sono il classico comico italiano. Amo l'aforisma, appunto. Credo che in Franca Valeri si possa trovare quel tipo di arguzia. Sicuramente sono molto più vicino a un mondo femminile come tipo di comicità. Del resto, le risposte del pubblico sono sempre "di pelle" e cambiano a seconda delle persone: gli uomini ridono di alcune cose, le donne di altro, così come i gay e gli etero ridono a determinate battute».

Hai mai pensato di confrontarti con un ruolo drammatico?
«No, anche perché io non ho mai studiato recitazione, non sono un attore. Non lo prenderei mai in considerazione. E poi, mi ci vedi con questa voce così acuta? No, no».

Nei tuoi personaggi si riscontra un cinismo di fondo e un apparente perbenismo: dai finti intenti pedagogici a un ostentato spirito filantropico. Gli stessi personaggi, però, ci tengono a rimarcare le differenze di classe, per esempio. Quanta Italia c'è in questa visione?
«Lavoro molto sulla borghesia, a cui io stesso appartengo. E' il contesto sociale su cui mi diverto. Trovo che sia caratterizzata da una certa follia e offra tanto materiale, molti spunti. La borghesia è stata inventata dagli inglesi... Nella mia comicità c'è poca Italia, i miei personaggi non hanno molto colore e connotazione locale».

Tu tra l'altro sei nato a Trieste, città di frontiera e cosmopolita per definizione. Me ne parli?
«Sono nato e ho vissuto a Trieste fino all'università, quando sono andato a Bologna a frequentare il DAMS. E' una città a parte, vivi in un mondo diverso da quello che è il resto dell'Italia. C'è ancora una grande diffidenza nei confronti degli sloveni, dopo tanti anni. Un po' come tra palestinesi e israeliani... Oggi è meno cosmopolita di una volta: ci sono molte persone dai paesi balcanici, la comunità serba è molto grande».

Da attore a personaggio televisivo (prima Zelig e ora ti vediamo nei panni del giudice del quiz Nientology su Dee Jay tv), da drammaturgo (questa è la terza opera teatrale che firmi) a scrittore. Quale ruolo preferisci? Il 14 febbraio 2011 uscirà il tuo nuovo libro Ho molto tempo dopo di te, edito da Kovalski. Ci anticipi qualcosa sul volume di prossima uscita?
«In genere preferisco recitare i testi scritti da me. Prima di Un delitto senza importanza ho scritto un'opera su D'Annunzio e Le serve di Goldoni. E poi il libro in uscita: lo definirei un romanzetto agrodolce e non comico, che offre spunti divertenti e tragici allo stesso tempo. Amo il teatro, che è la cosa più difficile da fare in Italia, per le condizioni culturali. La televisione serve a guadagnare di più, ti dà l'ossigeno per vivere. Purtroppo in Italia, a differenza di altri paesi, la tv ha un potere incontrastato».

A proposito di Italia: cosa ne pensi del nostro Paese, alla luce della recente dichiarazione del premier "meglio guardare belle ragazze che essere gay" in merito al caso Ruby?«Credo che qui non ti senti in Europa. Siamo non europei, nel senso che le differenze con gli altri stati si stanno marcando, siamo un Paese sempre più singolare e strano, sotto ogni aspetto. Altrove le cose vanno in modo diverso».

Secondo te il mondo della cultura, in questo contesto, può fare qualcosa?
«Gli italiani si stanno dimenticando di cosa sono, viaggiano senza la valigia. Sembra un Paese nato ieri, solo televisivo. Eppure, dal punto di vista storico e culturale, abbiamo un bagaglio unico... ma un certo tipo di tv ha appiattito il livello culturale. Bisognerebbe promuovere non solo gusti di massa. Il problema è che la televisione non ha argini, dovrebbe essere contenuta... Ci vorrebbe più equilibrio».

Sembra un circolo vizioso: la tv ha un potere incontrastato e bisognerebbe dare più spazio ad altre forme espressive, ma poi si è obbligati a farla perché dà ossigeno: tu guardi la televisione? Che cosa ti piace?
«Sì, la guardo. Sempre Rai News 24».

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