Concerti Milano Lunedì 9 agosto 2010

Joe Cocker a Milano: il 14 novembre al Palasharp

Milano - Il 17 agosto 1969, sul palco allestito in mezzo ai pascoli della piccola cittadina di Bethel - mezza giornata d'auto a nord di New York - la terza giornata di un pubblicizzato festival musicale viene aperta dalla voce cavernosa di un ragazzo dalle lunghissime basette. Il suo nome non dice granché, ma quando alle 14 in punto attacca a cantare, la maggior parte dei ragazzi si alza in piedi allibita. Più che un concerto sembra l'urlo ferino di una belva che ha imparato a cantare, e l'ha imparato per bene.

L'apoteosi viene raggiunta più o meno un'ora dopo, quando partono le prime note di una cover dei Beatles - With a little help from my friends - trasfigurata in una melodia selvaggia e struggente. Joe Cocker trasforma le ballate in rock, e il rock in ballata, senza che nessuno sappia dire dove comincia l'uno e finisce l'altro. Quel festival si chiama Woodstock.

Se com'è iniziato il mito lo sanno in molti, è ancora presto per dire come andrà a finire, nonostante i suoi 65 anni suonati. Lo stato delle cose, sarà presto alla portata di molti: il cantante di Sheffield si esibisce al Palasharp di Milano domenica 14 novembre per l'unica data italiana del suo tour nei palazzetti europei. La "furia" tutta compressa del suo rock non pare mutata di un'ottava e il tour autunnale segue la pubblicazione, a inizio ottobre, del nuovo album di inediti Hard Knocks, targato Sony. Per sua stessa ammissione, il disco sarà un ritorno alle origini: suoni nudi e crudi, niente elettronica o sofisticazioni post-prodotte, «quasi un album di demo». Assieme ai pezzi nuovi, un'altra cover, I hope, un pezzo storico delle Dixie Chicks: morbido rock melodico che sembra fatto apposta per essere corrotto dalla sua energia rabbiosa.

Seppur mai assorto alle vette di fama smisurata e semi-divina di altri celebri colleghi, Cocker ha attraversato cinque decenni senza mollare un metro e senza perdere un fan. La cifra universale del suo sound si riconosce soprattutto nei contributi - puntualmente storici - alle colonne sonore cui ha partecipato. Da Ufficiale e Gentiluomo - con la trasognata Up where we belong, cantata in coppia con Jennifer Warnes - a Nove settimane e mezzo, con quel verso, «il cappello puoi anche tenerlo», che è diventato storia del costume, colonna sonora dell'erotismo pop. Fino al recente Across the universe, il musical di Julie Taymor dedicato alle canzoni dei Beatles, in cui Joe il barbuto, Joe il selvaggio, l'uomo dalla voce roca, rifà se stesso, ponendo il proprio personaggio in una esilarante prospettiva postmoderna: canta infatti ancora With a little help from my friend vestito prima come un barbone, e poi come un "pappone" newyorkese. Quasi irriconoscibile, non fosse per la voce.
E così il cerchio si chiude. Giusto in tempo per riaprirsi un'altra volta.

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