Concerti Milano Lunedì 19 luglio 2010

Il Liga incanta San Siro: il racconto di una notte rock

Milano - San Siro, 17 luglio 2010. Ligabue ci suona per la nona volta, ma per me è la prima. Invece che dalle tribune, entro dal campo, e fa un certo effetto: gli spalti si alzano ripidi verso un riquadro di cielo umido con solida indifferenza. Per terra non c'è erba, c'è sabbia: una ghiaia soffice di rifiuti semi decomposti dal sole e sbriciolati da culi e scarpe, che comincia dal parcheggio e finisce sotto il palco. Ovunque volti lo sguardo, la gente mangia: 60000 bocche spalancate su hot-dog, patatine, caffè ghiacciati, sandwich artigianali imprigionati nella stagnola. E finisce tutto per terra.

Pur non essendo un igienista compulsivo, comincio a temere di scivolare su una macchia di senape e slogarmi un gomito. Una volta finito il mio panino (un sandwich artigianale con lo speck e quindici tristissimi ovali di valeriana), mi guardo intorno: immondizia ovunque ma nessun contenitore. Se avessi buon senso lascerei cadere tutto ai miei piedi. Invece avvicino un tizio dello staff, gli mostro la mia palla di alluminio unto e gli chiedo dove posso buttarla. Lui mi guarda sgomento, come se gli avessi chiesto dove posso comprare un trattore o masturbarmi in santa pace. Per rassicurarlo lancio la palletta gialla verso una coppia di tredicenni seminudi e svenuti su una stuola: tutto va a posto.

Prendo posizione vicino alle transenne che sono circa le sei. Al concerto mancano tre ore e un paio di gruppi salgono sul palco: il volume è basso, la gente sulle tribune fa la ola, mentre sul prato dei giovani spiritosi combattono l'afa rovesciandosi la birra in testa. Sento vagamente una delle adolescenti seminude sul palco che urla al microfono: «Forza ragazzi, siamo qui per voi». Ma a quanto pare nessuno di noi è qui per loro, perché si fa qualsiasi cosa - dalle gare di rutti alla settimana enigmistica - pur di ignorarla.
Poi c'è uno dei momenti di eccellenza assoluta della serata e riguarda la puntualità: l'inizio è annunciato dallo speaker per le 21.10 e alle 21.10, con tanto di countdown elettronico, si parte.

Lo spettacolo è multimediale: scenografia essenziale - dimenticatevi i palchi multiformi e metamorfici degli scorsi tour - tutta dedicata a valorizzare i filmati preprodotti e le riprese in diretta del concerto. Su due grandi schermi ai lati del center stage scorrono parole e immagini: alcune canzoni, come Bambolina e Barracuda, vengono proposte in versione karaoke.
La musica di Ligabue rende al meglio durante i live, sia perché lui la interpreta con una partecipazione quasi severa - che ne valorizza i contenuti -, sia perché le sonorità rock più ovvie (quasi tutte), che in casa o in metropolitana stancano in fretta, in uno stadio rimepiono le orecchie e danno la scossa ai piedi. Anche brani fiacchi a un primo ascolto come Quando canterai la tua canzone - che apre il live - funzionano benissimo.

La scaletta gira parecchio attorno all'ultimo album e consacra alcuni classici istantanei: Atto di fede, Il peso della valigia, Nel tempo. Quando invece affonda nel repertorio, il meglio continuano a darlo i pezzi "preistorici": Libera nos a malo (sulla cui note passa il video di un lungo e appassionato bacio queer), Piccola stella senza cielo, Marlon Brando è sempre lui (abbinato a tantissimo cinema degli anni Venti, Trenta e Quaranta), quest'ultimo una vera apoteosi. Senza bisogno di citare Balliamo sul mondo e Urlando contro il cielo - che per l'appassionato del Liga ormai valgono una preghiera - o A che ora è la fine del mondo, associata a una campagna contro la privatizzazione dell'acqua.

E poi naturalmente le ballate - quasi tutte cantate con la chitarra in braccio, alla fine del corridoio centrale, in mezzo ai ragazzi - : Niente paura, Ci sei sempre stata, Buonanotte all'Italia. Durante la ninna-nanna, le istantanee della nostra storia popolare passano sui maxi-schermi: e ci sono pure Vianello e Bongiorno, che sollevano applausi commossi, e perfino la Schiavone, inginocchiata sulla terra rossa (nessun calciatore naturalmente).
L'ultima canzone - l'ultimo bis - a sorpresa non è un super classico, ma un'altro dei brani nuovi, e segue una delle poche chiacchierate che Ligabue si concede con il pubblico: «Io consigli non ne do mai, ma stavolta uno voglio darvelo. Quando le cose vanno così male, ci sono due possibilità: o pensi che andranno sempre peggio, e allora il presente diventa ancora più nero, oppure pensi che migliorerà, e se sbagli al massimo prendi una bastonata. Ma almeno il presente sarà un po' più sopportabile. Pensare che Il meglio deve ancora venire non costa un cazzo». Che è appunto il titolo del pezzo che chiude la serata.

Nota finale. Per chi se lo stesse chiedendo, la risposta è sì: ha suonato anche Certe notti. Ma qui si apre un capitolo a parte. Per un trentacinquenne pigro e snob come me, che a vedere un concerto in uno stadio non andava da 15 anni, uno show di Ligabue è una specie di piacere proibito e un po' vergognoso. Nell'arco della serata ho sudato, saltato e cantato, divertendomi come il ragazzino che non sono più. Quando però è partita Certe Notti i ragazzini, quelli veri, hanno fatto una cosa diversa da quel che mi aspettavo: invece degli accendini hanno alzato i telefonini. E la luce era azzurra, non gialla. In un'istante, il tempo che è passato l'ho visto. E mi è venuto un groppo in gola. Per fortuna, certe notti ti pesa meno.

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