Cultura Milano Mercoledì 14 aprile 2010

Tutti in via Tortona, per il design del Fuori Salone

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Milano - Esco dalla redazione milanese di mentelocale.it, dentro a Palazzo Litta, per andare sui Navigli e fare un bagno nel design del Fuorisalone Tortona. In una traversa di Corso Magenta, vengo attratta dalle forme sinuose dei mobili esposti e dalle luci dirette verso i punti giusti. Mi bloccano all'entrata: «Sei un'architetta? Una designer?» «No, solo una giornalista». «Hai il biglietto da visita?». Glielo do.
Faccio un giro e mi raggiunge un uomo sulla trentina: «Sono l'addetto stampa. Sei il direttore di mentelocale?». Accidenti penso. «Lo leggo tutte le volte che devo andare a Genova o in Liguria», incalza. Comincia bene questa avventura milanese, penso. «Ora abbiamo aperto anche una redazione a Milano - gli rispondo - e mandato on line un sito nuovo che parla degli eventi milanesi». Esco entusiasta mentre mi segue fino alla porta spiegandomi virtù dei loro divani, tavoli, sedie, scaffali. A passo deciso e convinto inforco le scale della metro, destinazione Tortona.

Sbarcata a Sant'Agostino, seguo la folla che marcia verso via Savona, non si riesce a camminare. C'è chi beve, chi mangia, chi parla fitto fitto. Mi imbuco in un cortile affollato, lingue indoeuropee mi bombardano le orecchie. Faccio per entrare in uno spazio espositivo, ma vengo bloccata: «Stiamo chiudendo». Insisto, la tipa cede. Faccio un giro veloce e mi imbatto in tre simpatici personaggi che mi mostrano come funziona la tappezzeria a calamita. Mettendo del ferro sul muro di una stanza, puoi cambiare la tua tappezzeria quando vuoi, mucche simpatiche mi sorridono tutt'intorno. Se la mettessi in casa, potrei sostituir le mucche con delle gatte, dei cavalli o con un uomo e una donna nudi. Bell'idea, ma la tipa tutta depilata anche nelle parti intime non fa per me. I tre mi stanno imbottendo di gadget, magliette, calamite: avvolti in abiti bianchi, modi di fare femminili, mi riempiono di calore e sorrisi.

Un guardione mi blocca con l'aria cattiva al varco di un altro spazio, la serata è a invito, ma sono giornalista e mi lascia passare. Una ragazza che parla solo inglese mi chiede la mail. Faccio lo spelling, ma non lo capisce mica bene. È una madrelingua o fa finta? Al bar mi offrono da bere, ma neanche il barista parla italiano: «A glass of red wine, please».

«Milano is great, I did not know it was like that» (Milano è viva, non sapevo fosse così), dice una ragazza con un accento americano perfetto appoggiata al bancone, «It's like that just during the Salone del mobile» (È così solo durante il salone del mobile), le risponde un'altra con un accento milanese perfetto.
Mi infiltro in un altro spazio senza nessuno sbarramento, si fa avanti una ragazza minuta, con accento spagnolo mi racconta che lì sono esposti mobili di aziende trentine: «Gli specchi che vedi sono fatti a forma dei laghi italiani, con il telecomando si possono illuminare e sprigionano anche profumo». La incalzo e mi spiega che è di Madrid, che ora vive a Milano e sta studiando design. «Preferisci Milano o Madrid?» «Mah, forse Madrid, però per il design Milano non ha eguali».

Mi faccio avanti tra la folla a spallate e riesco ad arrivare in via Tortona. Intravedo una pasticceria dove sta entrando una frotta di gente: è lo spazio espositivo di Ceramiche Factory Tagina. Si viene avvolti da un tunnel bianco, zeppo di disegni, e ben si comprende quanto il design - così come la moda - rubi a man bassa dall'arte contemporanea. Dopo aver attraversato il tunnel sbuco nel cortile di una casa a ringhiera, una signora sta stendendo le lenzuola, la vita quotidiana in zona Tortona continua, nonostante tutto.
Qualche centinaio di metri più in là un gruppo di ragazzi suona e balla dentro ad una vetrina rialzata dal piano strada, in tanti li stanno ad ascoltare, con birra d'ordinanza in mano. Taglio la folla e approdo nello spazio Vibram, le scarpe su misura, fatte a forma di piede, con tanto di dita. Una giovane coppia le sta provando, guardo i loro piedi, sembrano due scimpanzé. Non hanno i soldi dietro: «Siamo di Ravenna» «Le potete comprare anche su internet», informa la commessa. Mi inoltro nel meandro delle stanze. C'è un blocco per accedere alla festa Vibram, riesco a passare e mi ritrovo in mezzo ad un centinaio di persone che il bicchiere della staffa l'ha già bevuto da un pezzo. Capisco perché ci sono così tanti guardioni a bloccare l'entrata dei vari party. Un bel terrazzo dà su un cortile interno. Scappo.

Ritorno nel meandro delle strade e degli incroci e mi imbatto nei mobili sculture, nelle finestre retro-illuminate per chi non ha luce in casa, in una mostra di arte contemporanea, nei divani sasso, nell'Ortofabbrica, la folla mi guida e io mi arrendo. Vago senza meta, spio le persone intrappolate nella folla, ecco un gruppo di francesi, non potevano mancare, e sbuco nella rotonda a metà di via Tortona. Odore di carne alla brace se non bruciata, panini a ufo, tante le bancarelle, qui mangia chi non è riuscito a imbucarsi da nessuna parte o chi non vuole spendere un capitale nei ristoranti, posto che trovi un tavolo libero. È ora di andare a dormire, strano ma trovo subito un taxi, va ad elettricità, inquina poco, non sporca il mondo, il taxista è loquace, sono nel mio. Vado a letto contenta.

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