Concerti Milano Mercoledì 14 aprile 2010

Intervista a Simone Cristicchi: «Il cd? Ormai non ha più senso»

© PH ANGELO TRANI

Milano - E meno male che c'è Simone Cristicchi. A tre anni dal secondo album, Dall'altra parte del cancello, e a pochi mesi dall'uscita di Grand Hotel Cristicchi, il cantautore romano è già in pieno tour. Mentre le radio amplificano senza sosta il suo inno contro l'apatia delle gossip victims (Caaaaaaaaaaaaaaaaaaaarla Bruni), lui torna nei teatri unendo, assieme agli archi dello Gnu Quartet e al pianista Michele Ranieri, le due anime della sua vocazione artistica: musica e prosa, canto e recitazione. Più che un vero concerto, dunque, un esibizione composta di momenti, umori e linguaggi differenti.
Noi l'abbiamo intervistato per cercare di capire meglio il percorso emotivo e tematico tracciato dal nuovo album, tra fotografia sociale, canzone popolare e ballate romantiche.

Meno male, Il pesce amaraggiato e Tombino sono tre istantanee surreali sui vuoti di valori e di pensiero della nostra società. Che rapporto hai con questi tempi sinistri?
«Nei miei dischi cerco da sempre di raccontare i drammi del mondo che mi circonda con leggerezza e ironia. In questo nuovo album ci sono però anche pagine più dure, tratti più forti, e mi riferisco soprattutto a Genova brucia (canzone dedicata ai fatti del G8 di Genova del 2001, ndR). Il mio immaginario resta comunque vicino a quello tragicomico di Paolo Villaggio e del suo Fantozzi. Se dovessi citarti altre fonti di ispirazione, in questo senso, ti direi Massimo Troisi o, naturalmente, il più grande di tutti, Charlie Chaplin».

Hai citato Genova brucia. In questi giorni, sullo stesso argomento, è uscita anche la graphic novel di Christian Mirra, Quella notte alla Diaz. Pensi che musica e fumetto possano incidere in qualche modo sulla corazza di omertà e ignoranza che circonda quei fatti?
«Quella canzone l'ho scritta nel 2002, l'anno dopo i fatti, ma non ero ancora riuscito a farmela pubblicare. C'era la paura che il testo potesse creare "scocciature". È chiaro che quando si mettono nero su bianco eventi così drammatici è anche pesante emotivamente, perché si va a rivangare qualcosa di molto brutto. Però in questi primi concerti ho verificato che la canzone ottiene un grande impatto sul pubblico, risulta liberatoria, e in questo senso raggiunge il suo scopo. È chiaro che c'è anche un grande pubblico di ragazzini più giovani che ne sa meno e non la vive così intensamente. Mi sono molto documentato sui fatti prima di scrivere, e ho cercato di non inventare nulla, compresa la filastrocca che veniva fatta cantare a Bolzaneto. In particolare ho messo l'accento su alcune dichiarazioni di esponenti delle forze dell'ordine che mi avevano colpito. Così ho scelto di impostare la canzone dal punto di vista di un poliziotto».

L'altra anima del disco è quella intimista e romantica di Ultimo valzer e Insegnami. La prima canzone racconta l'amore tra due anziani in una casa di riposo, mentre la seconda riguarda la tua esperienza di paternità. Ma il tema delle età della vita ritorna anche in Una vita all'incontrario. Come mai questa necessità di tornare sul tema più volte?
«In realtà mi sono accorto del tema comune solo dopo aver finito di scrivere l'album. Lo spartiacque della mia vita, naturalmente, è stata la nascita di mio figlio, e questo mi ha senz'altro influenzato. L'ultimo valzer, però, nasce anche da quella solita volontà che ho di raccontare la realtà dei dimenticati. Il mondo della case di riposo - e nella provincia di Roma, ad esempio, ce n'è tantissime - è in qualche modo un altro "luogo occultato" dai media, dove capitano spesso anche cose spiacevoli, maltrattamenti. Volevo calare in quella realtà una storia d'amore platonico».

In Meteore parli del mondo della celebrità istantanea e fittizia, e delle conseguenze che ha per chi ci casca. Cosa pensi dell'esplosione del fenomeno reality e dei talent show musicali?
«Oggi le case discografiche investono molto sui talent show, e non potrebbe essere altrimenti: si gode di una promozione gratuita e che dura mesi, cosicché si arriva sul mercato senza aver bisogno d'altro sostegno. Ma il problema non sono tanto i talent show, quanto piuttosto l'idea, che spesso passa, che la popolarità sia a portata di mano. Quando si viene illusi e poi abbandonati - ed è capitato in passato anche a me - lo scotto che si paga è alto e le conseguenze psicologiche forti. I talent comunque stanno diventando una sorta di "imbuto", un po' come Sanremo Giovani. Ci sono tanti ragazzi che a parole lo "schifano" e poi scopri che hanno cercato in tutti i modi di entrarci. D'altra parte gli spazi sono pochi e i soldi sempre meno, quindi è comprensibile. Pensa che una volta si assegnava il Disco d'Oro dopo 50000 copie vendute, poi siamo passati a 40000, ora a 30000!».

Molto dipende dal fenomeno della pirateria. Tu cosa ne pensi?
«Penso che purtroppo il problema non è tanto dell'artista, che comunque ha sempre un rientro tramite i live, quanto piuttosto di chi lavora attorno al disco. Il produttore artistico, il manager, i musicisti. E più in generale tutti quelli che lavorano negli studi di registrazione. Ultimamente ne hanno chiusi tantissimi. Ovviamente chi clicca per scaricare a tutto questo non pensa».

D'altra parte sembra difficile che la rotta possa invertirsi. Cosa ci riserva il futuro?
«Avevo scritto una canzone che poi non è finita nell'album: Il funerale del CD. Se ormai venderne 20000 è un successo, è chiaro che il supporto non ha più senso. Probabilmente bisignerebbe inventare qualcosa di esteticamente più bello, per esempio dei cofanetti che mettano assieme CD, DVD e libri fotografici, o t-shirt. Qualcosa che parli dell'artista e rende più appetibile l'oggetto».

Tornando ai talent show e ai cantanti che ne escono, spesso godendo di un successo immediato, che rapporto hai avuto a Sanremo con i debuttanti provenienti dalla TV?
«Guarda, mi sono trovato spesso meglio, umanamente, con loro che con altri. C'è chi "se la tira" molto di più. Sono ragazzi talentuosi e fortunati, che sanno di esserlo: la loro umanità si sente. Non c'è stato nessun imbarazzo».

Quale canzone avresti fatto vincere tu?
«Direi La cometa di Halley di Irene Grandi, mi è sembrato il brano più azzeccato».

Per concludere, consigliaci un libro e un film.
«L'ultimo libro che ho letto è La bellezza e l'inferno di Roberto Saviano, e mi è piaciuto molto. Ma consiglio caldamente anche Emigranti express di Mario Perrotta, che racconta l'epopea dell'emigrazione italiana quando "gli albanesi della situazione" eravamo noi. Come film, senz'altro La prima cosa bella di Virzì».

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