Teatro Milano Giovedì 4 febbraio 2010

Enrico Bertolino: «far ridere per far riflettere»

Vi riproponiamo la nostra intervista a Enrico Bertolino in occasione delle repliche del suo spettacolo Lampi accecanti di ovvietà al Teatro Ciak di Milano da martedì 9 e fino a domenica 14 marzo 2010.

Milano - «Lampi accecanti di ovvietà è un lavoro in corso, uno spettacolo sull'attualità che ha seguito i repentini cambiamenti dal 2008 a oggi» esordisce Enrico Bertolino: «e sono tante le cose che sono cambiate: dall'euforia alla crisi, per non parlare del panorama politico».
In scena al Teatro Ciak di Milano, da martedì 9 (ore 21) a domenica 14 marzo 2010 (ore 16), il comico presenterà una versione dello spettacolo «nuova al 70%, con un pezzo di Curzio Maltese (che collabora ai testi, ndr) che arriverà solo a ridosso della data, prendendo spunto dalla realtà locale, senza contare che ci sono in ballo le regionali».

Tra le parti che restano, Bertolino sottolinea, con parlata rapida e incisiva, quella video dedicata alla verifica dell'inglese dei politici: «Facciamo parte del G8, del G20 e siamo poco inclini a essere realmente in Europa e a parlare l'inglese con una certa competenza. Ovviamente la chiave è sempre quella dell'ironia, quella però capace anche di far riflettere e non solo ridere».
Far ridere per far riflettere è dunque il motto di questo comico che nella vita si occupa anche di formazione sulla comunicazione e della spettacolarizzazione di eventi formativi o aziendali. «Facendo ridere in un corso di formazione si permette di apprendere di più, però bisogna cercare il divertente che lasci un retropensiero. Che è poi quello che faccio sul palco cercando di abbinare un teatro comico a un teatro capace di trasmettere un messaggio».

In Lampi accecanti di ovvietà Enrico Bertolino, con una forte carica satirica, vuole scuotere la passività che ha riscontrato tra la gente, il pubblico e in generale osservata in questa fase italiana. Una satira che punta lo sguardo sul mondo della politica, ma non solo e, rivolgendosi alla sfera pubblica, indaga l'evoluzione dei costumi e dei comportamenti, mettendo sotto la lente d'ingrandimento un paese nelle sue varie espressioni. «Non si tratta di uno spettacolo antiberlusconiano. Perché a dirla tutta questa destra sta facendo il suo mestiere e anche bene. Chi non sta lavorando bene, e per questo sarò molto duro, è la sinistra. C'è per esempio un inno al PD abbastanza sconvolgente nello spettacolo e una riflessione su come la situazione politica sia lo specchio della nostra società, di com'è la gente oggi, di come le coppie si scoppino, divorzino nonostante il dialogo. C'è anche un parallelo con il Medioevo, epoca oscura e realtà effettivamente critica: sia allora che oggi al giullare si taglia la testa, nella versione moderna facendolo saltare dal palinsesto; oggi c'è lo scudo fiscale, mentre allora ce n'era uno che pesava 10 Kg, ché se non pagavi le gabelle te lo pigliavi in faccia. Nel Medioevo c'era la peste, oggi ci sono tante malattie, ma nessuno avrebbe mai immaginato che fosse un topo - Topo Gigio - a spiegare l'influenza dei maiali. E per chiudere, lo spettacolo presenta anche una rassegna stampa con i titoli del giorno dopo, tra musiche cover e pezzi originali».

In questa tournée che va avanti da oltre due anni Bertolino ha realmente toccato con mano le varie realtà locali: «a Pordenone, dove in settimana si lavora a testa bassa, sabato e domenica sono tutti a casa, si esce poco. A Torino, il pubblico è misto e non si distingue più tra Sabaudi e meridionali integrati. A Milano, città dove si tende a ridere di se stessi, lo si fa ancora ma a denti stretti. Generalmente, quello che è preoccupante è il tasso di rassegnazione. Bisognerebbe ritrovare la capacità di incazzarsi e dire "non ci sto", e non andare avanti con quel ritornello che ormai dilaga: "intanto poi tutto resta uguale". Parlo di reale reattività e per quanto mi riguarda, anche a costo di perdere in comicità, per ricordare che non si può ridurre tutto a una battuta. E che se Fini oggi ci sembra un novello Che Guevara è colpa della sinistra e non della destra».

Eppure Bertolino ha in sé una forte carica positiva che gli fa comunque sostenere che «siamo un popolo vincente, proprio perché stiamo dimostrando di riuscire ad andare avanti, questo va detto. Certo che se l'Unità d'Italia la celebreremo con Bossi e Calderoli che hanno usato il tricolore per altre funzioni corporee, al povero Cavour salteranno gli occhiali nella bara. Dovremmo puntare a un'Unità d'Italia più cosmopolita ricordando i fasti Medicei per esempio e celebrarla con chi italiano non è ma qui da noi lavora e produce. Anche perché se ci vendiamo come paese turistico poi è assurdo chiudere indiscriminatamente le frontiere. Se badanti infermiere e bambini stranieri lasciano il nostro paese, come ha scritto Deaglio in un recente articolo, l'Italia si svuota».
Cosa propone? «Di inquadrare le persone che lavorano e vivono nella legalità e fare leggi sull'immunità e non sull'impunità. E comunque come comico non è mio compito suggerire politiche, ma se un giorno scendessi in campo fonderò il PNI, Partito Nientista Italiano, lanciando e seguendo il motto: Non cambierò niente, ma lo farò con amore».

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