Concerti Milano Lunedì 28 gennaio 2008

Beethoven rivive alla Scala

Finalmente mentelocale è riuscito a mettere piede alla Scala. Dopo le nostre cronache musicali dai teatri e dalle sale da concerto di Torino, Milano, Verona, Reggio Emilia, Parma, Modena e Bologna, finalmente anche la Scala, il teatro più prestigioso del mondo, ci ha permesso di assistere a un concerto e di raccontarvelo.
La scelta è caduta sulla prima serata dedicata all’integrale delle sonate per pianoforte di Ludwig Van Beethoven (1770 – 1827), lo scorso 23 gennaio. Non capita tutti i giorni che un teatro offra la possibilità di ascoltare tutte e 32 le sonate scritte dal compositore tedesco (i biglietti sono andati a ruba ma se andate in biglietteria la sera stessa qualche posto lo trovate di sicuro), che costituiscono un vero e proprio unicum nella storia della musica: si potrebbe dire non a torto che si tratta di una "autobiografia musicale" che ha accompagnato Beethoven per tutta la vita; 32 capolavori, uno in fila all’altro, per comprendere l’evoluzione del genio di Bonn come uomo, prima che come musicista, il suo scavare nell’animo, le sue luci e le sue ombre, in una parola la sua straordinaria capacità introspettiva, filtrata attraverso una padronanza ineguagliata della forme strumentali.

Naturalmente, non tutti sono in grado di sobbarcarsi un simile fardello, ma in Scala, dopo l’abbandono di Riccardo Muti, la musica è tornata di casa e i veri musicisti sono tornati a popolare la sala del Piermarini. Nella fattispecie, il protagonista di questo ciclo beethoveniano è Daniel Barenboim, reduce da un clamoroso successo come direttore del Tristano e Isotta che ha inaugurato la stagione scaligera di quest’anno, ma che prima di intraprendere la carriera del podio si è formato come pianista di razza.
La prima cosa che balza in evidenza quando tocca il pianoforte infatti, è che si tratta di uno dei pochi musicisti oggi in attività che sanno che la musica non è fatta di note, ma di ben altro, e riescono a trasmetterlo al pubblico in modo magico.

Anzi, a dirla tutta, le note sbagliate – cioè gli “errori” – non erano mica poche, in particolare nell’esecuzione della sonata op. 106 Hammerklavier (una delle composizioni beethoveniane più criptiche e difficili da restituire al pubblico). Ma quello che ha conquistato l’affollatissima platea è stato proprio quel saper vedere e sentire “oltre il segno”, oltre la nota scritta, di Barenboim, che disinteressandosi degli aspetti più squisitamente tecnici, ha cercato di andare al nocciolo, all’essenza del messaggio di Beethoven, prendendo l’ascoltatore per mano, in maniera del tutto informale – che bello vedere accanto al pianoforte, sul palcoscenico di un teatro “severo” come la Scala, tanti ragazzi in jeans e camicia a pochi metri dal loro beniamino – e portandolo a scoprire poco a poco cosa si nasconde dietro quei segni neri dello spartito, e rendersi conto in fondo in fondo, come scriveva Alberto Savinio, che Beethoven non ci abbandona mai, perché è un amico fedele, un amico per sempre.

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