Tutte le linee di Keith Haring - Milano

Mostre Milano Venerdì 11 novembre 2005

Tutte le linee di Keith Haring

Milano - Ciò che più mi colpisce, una volta varcata la grandiosa entrata delle Triennale che dal 28 settembre ospita la più grande retrospettiva su , sono i tantissimi bambini che riempiono –in maniera abbastanza inattesa- uno dei più importanti spazi espositivi di Milano.
Una coppia con due bimbi –avranno circa sei anni– entra subito prima di me. Mi sembrano simpatici, decido di seguire il loro percorso e capire come dei bimbi possano vivere una mostra di arte contemporanea. La mamma, in jeans, felpa e snickers, un abbigliamento che fa tanto divisa del weekend qui a Milano, dà loro quaderni e matite colorate e dice loro semplicemente di guardarsi intorno e, se vogliono, di disegnare.

Rifletto su questo approccio semplice, ma immediato e mi viene in mente che proprio Keith Haring, nelle sue opere pubbliche più grandi, si faceva aiutare a colorare dai bambini e dai ragazzi. Mentre leggo i pannelli in cui viene spiegato lo sviluppo artistico dell’arte di Haring, mi sorge il dubbio che questi due bimbi capiscano, ma soprattutto si godano questa esposizione molto più di me. Per questo decido di abbandonare le spiegazioni e iniziare a visitare la mostra.

Questa grande retrospettiva (sono oltre dieci sale, dove si trovano più di cento dipinti, disegni e opere scultoree di grande formato) segue lo sviluppo temporale di questo artista che in un decennio (dal 1980 al 1990) vive e lavora intensamente, diventando “amico intimo” della linea che inizia a tracciare con un gessetto bianco negli spazi pubblicitari vuoti della metropolitana di New York. Per portarla poi sui muri più importanti, come il negozio di Fiorucci a Milano, la discoteca The Palladium di New York, e giungere a colorare alcuni tratti del Muro di Berlino. Fotografie personali e video amatoriali realizzati dagli amici di Haring rendono la mostra particolarmente calda e permettono di vedere l’artista mentre realizza le sue opere, mostrando così il rapporto forte e semplice che univa Keith Haring alla linea e al colore. Le stanze della mostra si svolgono velocemente e mostrano come il passare del tempo abbia reso l’artista sempre più consapevole della sua arte, che – per quanto immediata e semplice – racchiude un vero e proprio mondo di cultura, di citazioni artistiche del passato e di contaminazioni culturali. Il tutto con uno stile puro, come il suo colore, senza ostentazione e immediatamente fruibile.

I due bambini innanzi a me, giungono alla sala in cui sono presentate due delle opere più conosciute di Keith Haring, realizzate nel 1984 a Milano, il cane e il bambino. Due sagome riempite di simboli e immagini quasi vorticose. I due piccoli visitatori si siedono per terra e cominciano a indicare tutte le figure che Keith ha realizzato all’interno delle sagome e si sfidano per vedere chi ne trova di più. Si divertono, si godono l’arte. Sono sicura che se Haring potesse vederli, ne sarebbe felice. In nome del rispetto di quanti guardano le sue opere e per non imporre a nessuno la propria visione, Haring lascia volutamente innominate tutte le sue opere, al fine di permettere a tutti di cogliere i riferimenti presenti, ma anche per far interpretare al pubblico ciò che una linea può suscitare, singolarmente e personalmente. La dimensione pubblica dell’arte è fondamentale per Haring: non appena la sua fama viene riconosciuta a livello mondiale, cerca di concentrarsi soltanto sulla realizzazione di opere pubbliche, che coinvolgano la gente, soprattutto i giovani e i bambini. E quando vende le sue opere lo fa a prezzi strabilianti. «L’arte è di tutti: realizzo gratis opere in mezzo alla strada, ma se qualcuno vuole avere una mia creazione dentro casa sua, dove può vederla solo lui, è giusto che la paghi molto. Moltissimo». Queste le sue parole, una sorta di manifesto, che è possibile vedere in un’intervista realizzata nel 1982.

L’entusiasmo, la passione per la vita di Keith Haring si colgono fino all’ultimo nelle sue opere, anche quando –malato di AIDS– capisce che il tempo a sua disposizione viene meno e sente l’obbligo morale di denunciare pubblicamente i mali contemporanei. Nelle sue ultime opere la linea traccia simboli di morte, come il fungo atomico e il sangue, e riempie sempre di più il vuoto, vissuto con un’angoscia simile all’horror vacui che raggiunge il suo apice nelle opere Untitled 1989. In queste realizzazioni la linea riempie freneticamente lo spazio, in una rielaborazione delle danze macabre medioevali, in cui gli spettri e la rappresentazione della morte vengono sostituiti dai simboli di una società alienante e violenta, rappresentata dalle televisioni, dai telefoni e dai dollari. Il quaderno dei bimbi che mi hanno accompagnato si è riempito di linee. E di colori puri.

Micaela Montecucco

The Keith Haring Show
Triennale di Milano – Viale Alemagna 6
tel. 02 724341
Dal 28 settembre 2005 al 29 gennaio 2006

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