The Second Shadow: Dozie Kanu mirroring Marc Camille Chaimowicz, with Shared Echoes and Kindred Spirits

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DA Giovedì19Marzo2026
A Sabato23Maggio2026

Dal 19 marzo al 23 maggio 2026 la Fondazione Ica Milano (via Orobia 26, Milano) ospita la mostra The Second Shadow: Dozie Kanu mirroring Marc Camille Chaimowicz, with Shared Echoes and Kindred Spirits, una nuova mostra che mette in relazione due generazioni di artisti e due modi distinti di abitare lo spazio espositivo attraverso l’immagine, l’ombra e il doppio.

Curata da Rita Selvaggio con il supporto di Giulia Civardi e prodotta in collaborazione con Nicoletta Fiorucci Foundation, la bipersonale intreccia tempi, memorie e sensibilità diverse, trasformando le sale della Fondazione Ica Milano in un campo di trasmissione affettiva, formale e poetica, in cui l’eredità delle forme non è mai mera citazione ma continua riattivazione. Al centro del progetto, il dialogo tra Jean Cocteau (2003-2014) di Marc Camille Chaimowicz (Parigi 1947-Londra 2024) e una nuova installazione site-specific di Dozie Kanu (Houston 1993). La mostra mette in dialogo due installazioni ambientali concepite come stanze, non proponendo una ricostruzione filologica, ma un dispositivo di risonanza, in cui i due ambienti si osservano e si trasformano a distanza, come superfici riflettenti che ritardano l’immagine per lasciar emergere il pensiero.

La stanza di Chaimowicz, ispirata a Jean Cocteau, si configura come un interno domestico e teatrale al tempo stesso: un ambiente abitato da presenze e desideri, dove ogni oggetto e frammento di décor è carico di memoria, allusione, intimità. Un ritratto in assenza che trasforma il poeta, scrittore e cineasta francese in presenza evocata più che in referente illustrato, facendo della poesia un teatro dell’interiorità e della forma un linguaggio del sé. A vent’anni di distanza, Dozie Kanu entra in questa architettura sensibile come in un archivio vivente e ne propone una stanza gemella, non per imitazione ma per rifrazione. The Second Shadow è la sua risposta e il suo contrappunto: un ambiente che sposta le coordinate dell’opera storica, ne interroga il dispositivo, ne distorce i codici, introducendo una tensione continua tra eredità e invenzione, luce e opacità, riconoscimento e scarto.

Come la stanza di Chaimowicz si definisce sin dall’origine come struttura ospitante - uno spazio predisposto all’accoglienza di presenze, opere, oggetti e deviazioni - anche l’ambiente concepito da Kanu si dà come campo di ospitalità attiva attraversato da presenze formative e pratiche che hanno inciso la sua ricerca come insegnamenti laterali. Le opere, scelte all’interno della collezione di Nicoletta Fiorucci e integrate nel campo di lavoro di Kanu, non operano come omaggi né come riferimenti dichiarativi, ma come soglie dinamiche di attivazione. Là dove Chaimowicz rende Cocteau una figura domestica, immersa in un paesaggio mentale intimo e teatrale, Kanu fa di Chaimowicz stesso un’architettura affettiva: una forma che si rigenera nella relazione con altre opere, pratiche e presenze, un’ombra che si stacca dal corpo originario per diventare altro, disponibile a nuove proiezioni e nuove letture.

Il titolo The Second Shadow entra in risonanza con l’immaginario di Cocteau, attraversando il tema del doppio, dello specchio e della soglia tra visibile e invisibile. La celebre frase dell’intellettuale francese «Mirrors should think longer before they reflect» diventa principio generativo della mostra, chiamando l’immagine a sospendere il proprio riflesso, a interrogarsi prima di restituirsi, a differire la somiglianza per aprirsi alla trasformazione. La seconda ombra è ciò che si produce dopo il riflesso, quando l’immagine ha già incontrato uno sguardo, un corpo, uno spazio: non un simulacro impoverito dell’originale, ma il pensiero che quell’immagine ha generato. Una forma di sopravvivenza luminosa che insiste nel tempo, continua a modificarsi, non si lascia archiviare come passato né fissare nel presente.

In questa prospettiva, la stanza di Chaimowicz incarna la prima ombra - quella di Cocteau tradotta in un linguaggio di teatralità intima - mentre l’intervento di Kanu si configura come seconda ombra: rifrazione contemporanea che rende visibile l’atto stesso del riflettere, come se il riflesso, prendendo coscienza di sé, si trasformasse in una nuova entità. La mostra attiva così una genealogia che attraversa Cocteau, Chaimowicz e Kanu, in cui ogni artista si lascia attraversare dall’altro per ritrovare sé stesso in una forma alterata, spostata, deviante. Non introduce un altro tempo, ma una diversa condizione di visibilità: non ciò che segue l’oggetto, ma ciò che lo precede e, precedendolo, lo trattiene.

In filigrana, risuona anche il pensiero di Avery Gordon e il suo Ghostly Matters: alcune manifestazioni non si presentano mai come forme pienamente compiute e proprio questa incompletezza le rende operative. La seconda ombra appartiene a questo ordine di fenomeni: una traccia attiva che attraversa lo spazio senza fissarsi in immagine definitiva.

In contemporanea con la mostra The Second Shadow, la Fondazione Ica Milano espone per la prima volta in assoluto tre opere tratte dalla serie 52 Ludlow realizzate da Giovanni Stefano Ghidini (Urago d’Oglio 1957), parte di un ampio progetto sviluppato dall’artista nell’arco di venticinque anni. Questo nucleo di lavori restituisce l’essenza di una ricerca che intreccia natura, scultura e fotografia. A partire dal 1997, sul tetto di un edificio al 52 Ludlow Street nel Lower East Side di New York, Ghidini ha coltivato girasoli cresciuti fino a due metri di altezza, trasformandoli in presenze monumentali e antropomorfe attraverso un rituale fatto di cura, attesa e trasformazione. Anno dopo anno, l’artista ha costruito un vasto archivio di negativi, confrontandosi con idee di rinnovamento, ritualità, compassione, accettazione e bellezza - elementi che definiscono anche la sua pratica di vita. I fiori diventano metafora dell’esistenza, della sua ciclicità e della sua impermanenza, facendo sì che l’intero progetto assuma le sembianze di un vero e proprio Gesamtkunstwerk: un’opera d’arte totale composta con meticolosità e silenzio. Nel 2022 Ghidini ha iniziato a realizzare stampe al platino in collaborazione con un maestro stampatore. Le texture riccamente sfumate e la particolare luminosità di questa tecnica amplificano la profondità psicologica delle immagini, rivelando una bellezza silenziosa e persistente.

L'inaugurazione delle due mostre è fissata per le ore 18.00 di giovedì 19 marzo; la Fondazione Ica Milano è aperta al pubblico il giovedì in orario 14.00-18.00 e venerdì e sabato in orario 12.00-19.00. L'ingresso è libero e gratuito. Ulteriori informazioni via email

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