Magazine Lunedì 7 giugno 2004

Tahar Ben Jelloun: parole di terra

Magazine - In una domenica sera d’inizio estate, se non dal punto di vista del calendario sicuramente da quello del clima, entro a , fiera giustamente chiamata Viaggio nell’universo ittico. C’è veramente di che saziarsi gli occhi e il palato tra le centinaia di stand che popolano i padiglioni. Acciughe, gamberi, bottarga, ostriche, e poi vini - rigorosamente bianchi - e poi ancora olii, da assaggiare su una fetta di pane. Con un bicchiere a tracolla e un piattino ti avventuri nel mondo del mangiare lentamente, Slow Fish.
Non c’è molta gente, i più sono ancora in coda sulla statale e le autostrade della riviera. Peggio per loro.

In una saletta buia e torrida del padiglione B c’è Tahar Ben Jelloun, la sua presenza è uno degli eventi clou del programma di Arted'Amare, la rassegna di incontri culturali di Sapore di Mare. Lo scrittore marocchino è qui in qualità di voce del mediterraneo. C’è scritto incontro nel volantino, ma non è un incontro tradizionale, fatto di domande, risposte, discussioni. Non si parla di Mediterraneo come di un’area storica fondamentale per tutta l’Europa e di un crogiuolo di culture, come spesso si fa. Tahar legge, Claudio Pozzani traduce. La voce ben cadenzata, chiara, francese, dello scrittore si alterna a quella baritonale del traduttore. Ci vuole un po’ per entrare nella scrittura di Ben Jelloun. Sulle prime è vaga, allusiva, descrive sensazioni, una foto, una famiglia, un uomo, una scomparsa.
Poi, piano piano, si delineano i contorni del racconto. La voce narrante parla a una pietra, le dice che sarà casa sua. «Ti pianterò e sarai casa mia». La "parole del mare" si sono trasferite in una zona arida. Si capisce subito che non si tratta di tonni o aringhe, ma di sofferenza, lotta per le cose più semplici. Io non ho sentito il titolo sotto cui sono stati raccolte queste parole, ma comincio a immaginare scenari tristemente noti. E quando si parla di case distrutte si deve viaggiare poco con la fantasia…

I toni si accendono. Ogni volta che Ben Jelloun prende parola la lettura subisce un’accelerazione. Ben presto si arriva al quid. La distruzione, la volontà di ripresenrsi le proprie cose, sotto le macerie. Ma non si può, altri l’hanno già comprate, insieme a tutta la terra. E poi la voce sbotta: «Ma dov’è finito il diritto?». La risposta: «Il diritto non esiste più. È del più forte. Il diritto è come un fiore, e non ci sono più fiori nei nostri campi. Il diritto abita su un tank, su un bulldozer, su un cannone puntato contro i civili». Il contesto oramai l’ho indovinato, aspetto solo di sentire il titolo. È Jenin, un campo palestinese.

Tahar Ben Jelloun non ha risposte per eventuali domande, dice che il testo ha già espresso a sufficienza. Finisce così, con un frase di cui si è persa la traduzione, ma che abbiamo capito lo stesso. «La poesia è immortale. Non la mia, la poesia in generale. Forse a volte è inutile. Visto che i fatti accaduti a Jenin si sono verificati nello stesso identico modo a Rafah. Ma la poesia resterà come testimonianza della storia di fronte alla giustizia».
Fine dell’incontro.

Nella foto: (a destra) Tahar Ben Jelloun

di Daniele Miggino

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