Der Totmacher - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Sabato 13 gennaio 2001

Der Totmacher

Magazine - Alla prima sono venuti tutti, proprio tutti. Grandi e piccini - si fa per dire - ma soprattutto gente interessata che non ha scelto lo spettacolo a caso ma sapeva benissimo cosa voleva vedere. Mariangela Melato, Sanguineti, Liberovici, Salotti, Luzzati, Vazzoler e probabilmente anche molti che non abbiamo visto. E tanti ragazzi.Per questo, forse, i lunghi applausi, seguiti dai forti richiami a Jurij Ferrini, risultano persino misurati tanto sono espressi con coscienza e lanciati solo dopo aver ringraziato l'ensemble al completo per due o tre volte.
La scena è tutta grigia, il dottor Schultze ha un vestito grigio chiaro e un camice che sebbene bianco anch'esso si colora di un lieve grigiore. La scena non è un'angusta cella, come ci si poteva aspettare. E' uno studio con colonna, lavandino, mobili e carte: insomma un luogo quasi confortevole, vissuto e vivibile, dove i tre uomini trascorrono ore di chiacchiere pesanti, molto pesanti.
Fritz Haarmann, un assassino, un mostro, un uomo stravolto, trova una piacevole intimità, per una volta non illegale, e piuttosto amichevole in questo triangolo forzato. Spesso dice "se avessi avuto un amico tutto questo non sarebbe successo." Un amico, una madre, una donna, una moglie, qualcuno che l'avesse condotto, guidato perché poi in fondo come ripete all'infinito Fritz - nei momenti di maggior tensione con il dottore - "io non volevo mica". Fritz è davvero tanto stravolto dentro, però non tanto da non essere in grado di contenere anche sentimenti e comportamenti semplici e umani e per questo far affezionare il dottore e il pubblico. La simpatia nei suoi confronti è quasi immediata e va solo consolidandosi a mano a mano che la confessione diviene più truce e disumana. Il tutto è strutturato a episodi. Ogni volta i tre si riposizionano sulle loro sedie o in piedi in un'altra zona della stanza che li accoglie. E nelle parole, nei toni ma anche nei gesti si legge il tempo che hanno trascorso insieme, il logorio, la stanchezza ma soprattutto la grande impotenza. Il Fritz di Jurij, come una marionetta, accomoda il corpo e poi dispone la testa e gli altri arti e, all'alzarsi delle luci, gli occhi.
Lo spettacolo è difficile e forse discutibile l'argomento, ma maestrale l'interpretazione di Jurij che da solo con il suo mostro riesce a concedere momenti di attenzione anche al dottore e al suo fedele aiuto. Chi mai ha guardato la mano rapida di chi redige verbali? Non solo la mano ma l'intero piccolo uomo, prevenuto e spaventato a morte, viene in primo piano grazie ai brevi accenni del mostro-Jurij. Certamente, come dice Sciaccaluga, in un'intervista raccolta nel libro pubblicato da Il Melangolo in occasione dello spettacolo "Schultze è un personaggio molto difficile da rappresentare perché fa solo domande, non si abbandona mai a un momento di riflessione" e per questo forse gli si poteva dare un tempo di battuta un po' più lento, episodio dopo espisodio. Insomma c'è solo da rimpiangere di aver perso - nel mio caso - la mise en espace del giovane gruppo U.R.T. dell'anno scorso.

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