Castellitto a mentelocale - Magazine

Teatro Magazine Venerdì 12 gennaio 2001

Castellitto a mentelocale

Magazine - Arriviamo al teatro mentre Sergio Castellitto è sul palco che prova, pochi istanti di replica ed è da noi. Ci sediamo nel salottino del teatro, per allontarci dai rumori di scena e cominciamo con le domande. A proposito, a incontrarlo siamo in due e l'intervista diventa un discorso a metà tra teatro e cinema.
Come vive il suo essere attore nei confronti dei tre media che frequenta: teatro cinema televisione?
Ho cominciato facendo teatro tanti anni fa. Nasco come attore di teatro e l'amore per il mestiere mi nasce da lì. Quindi Accademia Nazionale d'Arte Drammatica e così via… Dopo un po' mi resi conto che c'era la tendenza a catalogare gli attori per cui l'attore di teatro era confinato a fare teatro. Non aveva né meriti né qualità o possibilità di fare altro, quello di cinema faceva solo cinema etc. Mi sono un pochino ribellato a questa logica e ho resistito per vedere se arrivavano cose da altre zone. Per fortuna sono arrivate e ho cominciato a fare cinema…
E poi televisione… Io credo che per evitare la catalogazione ma anche il rischio del cliché, un attore deve continuamente fuggire. Naturalmente, godersi le soddisfazioni, il successo, ma essere molto guardingo. Il successo della televisione mi ha dato la possibilità di tornare a teatro e di scegliere con chi lavorare. Il successo è questo: poter scegliere dove vuoi andare a lavorare la mattina.
Come arriva un attore a fare il regista?
Dopo un po' non ti basta più fare l'attore, anche lì per sfuggire a qualcosa che sai fare molto bene.
Il teatro poi è l’unico porta a porta rimasto, vero. Il resto è tutto virtuale. Il teatro è davvero eterno, nella sua essenza. E' come l'acqua, è l'unico momento in cui parola urla sputi risate accadono insieme.
Come è avvenuta questa scelta di andare verso personaggi al limite della realtà o comunque vagabondi esclusi, gli "irregolari" come dice Zorro?
Al limite della realtà mica tanto, nel senso che i vagabondi esistono e rivendicano il diritto a partecipare, anche se poi li vediamo per strada e li guardiamo come in un film... Io non facevo teatro 6 anni fa e ho chiesto a Margaret un personaggio per me. Lei ha scritto la storia di un barbone. La storia di un uomo, un "ex-regolare", che racconta le sue avventure e disavventure. Questo testo, che io adoro, lo abbiamo lavorato e poi ci siamo accorti che buttandolo in platea la reazione era fortissima. La vita che si racconta è quella normale fatta di un matrimonio di madri padri sorelle di sogni di avventure. Ad un certo punto tutto questo viene spezzato per un trauma, apparentemente abbastanza innocuo. Il trauma di per se' non conta, conta il terreno sul quale capita.
Questo imputare al pubblico di essere il "cormorano", ovvero privilegiato e godereccio che usa i vagabondi come "capro espiatorio" nei momenti di massimo pentimento; quest’accusa la rivolgi un po’ anche a te?
Innanzi tutto io possiedo un bellissimo piumino d’oca, ho il telefonino, una bella macchina credo anche due pile … io sono come gli altri, ma il mestiere mio è di diventare uno specchio, di avere forse una sensibilità più acuta per certi temi. Accusa esistenziale più che sociologica la mia. La faccio soprattutto a me stesso. Consumiamo e non ci rendiamo conto che potremmo vivere con il 20 % di tutto ciò. E consumiamo anche sentimenti.
E le musiche, in che modo sono state scelte
Sono musiche che piacevano a me. Volevo ribellarmi al conformismo teatrale che vede la colonna sonora sempre un po' teatrale, al servizio di... Per me la musica va da Mino Reitano a Mozart e ho rispetto per tutti. Quando si sceglie una cosiddetta canzonetta italiana, si sceglie il suo testo che diventa drammaturgia insieme a te ...
Perché la scelta del monologo? Avete pensato a mettere altri personaggi sulla scena?
Un mio amico che è venuto a vedere lo spettacolo mi ha detto una cosa che mi ha fatto molto piacere: "Questo non è un monologo siete in tanti lassù". Io non sono venuto qui con quattro lucette e basta, ho fatto uno spettacolo, una regia. Ho chiesto un disegno luci, un racconto per immagini, non soltanto un "one man show". Quelle quattro sedie diventano chiese, sale da ballo, diventano tutto; quelle luci sono i percorsi dell'immaginazione, ma anche i percorsi della strada. E' un monologo: la scenografia è fatta anche dalle parole. Mi piaceva l'idea di un uomo che cammina in un vuoto: non può fare altro che sentire la sua voce. Mi piace che siamo riusciti a fare uno spettacolo disperatamente allegro, energetico. Perché un barbone deve essere solo disperato? Un barbone ha anche le sue speranze.

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