Concerti Magazine Venerdì 7 maggio 2004

Den LXV, visioni del nuovo millennio

Magazine - Federico Esposito, aka Den LXV, è un giovane genovese impegnato da diverso tempo su un percorso solitario che definire solo “musicale” mi sembra quanto meno riduttivo. Ho cercato quindi di tracciare le coordinate del suo personalissimo progetto in questa intervista che fa emergere la sua particolare concezione artistica.

I suoi numerosi lavori sono ben lontani dai classici concetti di canzone, si avvicinano talvolta piuttosto alle sperimentazioni elettroniche dei Throbbing Gristle degli esordi, ma parliamone direttamente con lui.

Definiresti il progetto Den LXV musicale?…o altrimenti dove lo inquadreresti?
Lo considero una sorta di colonna sonora, perciò una componente-supporto di un progetto a più ampio raggio che include contemporaneamente elementi visuali e “filosofici” in senso lato, vedi proiezioni, testi, letture, “ritualizzazioni” singole e collettive e a sua volta un contenitore in sé concluso, che proprio questi elementi inglobi, esprimendoli con il linguaggio che gli è proprio, quello musicale appunto.

Come costruisci le tue performances e che reazioni ha il pubblico?
Intendo proseguire come ho iniziato, cioè muovendomi tra una sorta di dj-set che proponga tracce più “isolazioniste” e performance maggiormente basate sulla presenza fisica e focalizzate su testi e voce, in entrambi i casi ricorrendo all’utilizzo di uno o più supporti visuali: il tutto viene adattato al contesto e all’umore del momento. Penso che il pubblico abbia avuto reazioni prevedibili: un misto fra interesse per la componente insolita dell’evento e difficoltà a resistere ad un set decisamente impegnativo. In fondo ricerco la produzione di intensità: che venga recepita positivamente o negativamente poco importa, l’energia vale di per se stessa ed ogni attributo affibbiatole non parla tanto di essa quanto di colui che la riceve.

Perché una cover dei Discharge (Ain’t No Feeble Bastard) ? Un gruppo che mi sembra abbia poco a che fare con ciò che produci…
In realtà trovo certe affinità, a livello di immaginario e di atmosfera se non altro.
Si tratta di un omaggio, più o meno degno, ad un gruppo che per me è stato davvero incisivo… e in fondo anche alla mia gioventù.

Cosa rappresentano i simboli raffigurati nel tuo cd? Mi sembra un’iconografia vagamente inquietante. Non pensi che possa evocare certe simbologie di alcuni movimenti “poco ortodossi”?
Esprimono concetti comuni a molte religioni, possibili fondamenta dell’“unità trascendente delle religioni”, idea circolante in ambito diciamo esoterico.
Entrare più specificamente nel merito è estremamente complicato, poiché ogni simbolo si carica necessariamente di innumerevoli sfumature, messaggi potenzialmente ridondanti ma anche, in un apparente paradosso, contrastanti. Per distillare, direi che il messaggio forte consiste nell’idea della compresenza, della complementarietà e della riconciliazione degli opposti. Credo fortemente nella forza del simbolo, soprattutto come strumento per rivelare contenuti psichici inconsci ed allo stesso tempo come elemento per la concentrazione dell’idea.
Sono affascinato dalla costruzione rituale che lo rende, per così dire, fecondo: l’appropriazione superficiale, politica o meno, di simboli tradizionali non mi interessa, non aggiunge e non toglie nulla di essenziale al loro valore.
L’esperienza dell’Inquietante comporta profonda fascinazione e ciò vuol dire che il simbolo colpisce nel segno: sotto la superficie siamo molto di più di quanto sospettiamo…

Il tuo pezzo Stalingrad Berlin è dominato quasi esclusivamente da un clangore a dir poco industriale e ripetitivo, che rapporto ha con la celebre battaglia a cui si ispira il titolo?
Stalingrado e Berlino come magnifici teatri in cui la tradizionale, metafisica lotta della coppia, dei “gemelli divini” si è calata nella storia, per completarsi con l’assorbimento della materia, della carne.
La storia, come composizione di una tragedia, si nega, in un certo senso, per aprire il velo che la separa dall’eternità. L’uomo-microcosmo come espressione del Sublime e Tremendo…perfetta immagine dell’esperienza di Dio.

Che significa Den LXV? E “Kapalika cocktail Club”?
Den LXV gioca sulla compenetrazione di parola e numero, anche qui vi sono moltissime implicazioni, ma l’idea di base è quella di un personale recinto/camera di combustione/ utero/ tomba…rifugio per l’elaborazione di un’autoconsapevolezza.
“KCC” è la definizione di Den LXV come di un luogo per… amabili discussioni tra “portatori del teschio” (dal nome di una setta tantrica seguace della “Via della Mano Sinistra”, alla ricerca dell’Uno, del “puro”, attraverso l’oscuro “impuro”).
Fatta salva l’assoluta serietà delle idee cui mi riferisco, credo che l’ironia non guasti, anzi…







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