Magazine Venerdì 23 aprile 2004

Il vecchio e il bambino

Magazine - Il ragazzino guardò Maxin dritto negli occhi, e capì che era giunto il momento di riferirgli le parole del nonno: sentiva, infatti, che tra di loro si era instaurata un’intesa particolare, che andava oltre le parole. “Sai Maxin”, sussurrò Paolo con fare complice, “l’altra notte, quando l’ho sognato, il nonno mi ha detto che aveva una cosa da dirti, e che tu avresti capito. Ma devi sentirti pronto, è una cosa importante.” Maxin, benché un po’ intimorito da queste parole, era certo che Genio non avrebbe mai fatto nulla che potesse nuocergli, per cui pregò il bambino di continuare “Il nonno mi ha detto che ti aspetta, e che puoi raggiungerlo quando vuoi. Dice che non ha senso restare legato ai ricordi, e che dovresti avere il coraggio di fare il grande passo. Tu non appartieni più a questo mondo, ormai. Il tuo tempo qui è già passato da un pezzo. E’ sufficiente che tu te ne renda conto, ed accetti la tua nuova condizione”. Maxin ebbe un sussulto. Era come se un uragano fosse arrivato all’improvviso a scuotere le sue fragili ossa. Genio aveva ragione: era arrivato il momento di dire addio a questo mondo e di passare, completamente e definitivamente, dall’altra parte. Ma adesso Maxin non aveva più paura, perché sapeva che avrebbe trovato due braccia amiche pronte ad accoglierlo, e questo significava moltissimo per lui, che era stato sempre solo. Tanto solo da diventare invisibile.
In una freddissima notte di febbraio di due anni prima, mentre dormiva sul solito scalino, il cuore di Maxin non aveva più retto, e si era arrestato per sempre. Il parroco lo aveva trovato la mattina successiva, già rigido e freddo, ed aveva chiamato i carabinieri, per farne constatare il decesso. Ormai estraneo al suo involucro terreno, Maxin aveva osservato gli addetti del servizio comunale mentre adagiavano quello che restava di lui in una bara di legno, come si fa con gli stoccafissi, quando vengono stivati nelle cassette e caricati sui furgoncini, per poi essere trasportati al mercato del pesce. La destinazione del suo corpo sarebbe stata, invece, la fossa comune del cimitero di Staglieno, ultima dimora di tutti i poveracci che non hanno nessuno al mondo, e che nessuno ricorderà più. E infatti, nulla era cambiato dopo quella notte: la vita nei caroggi era andata avanti come sempre, e non una sola delle persone che transitavano abitualmente in quei luoghi, e che a volte gettavano pure qualche moneta nel suo cappello, si era accorta dello spazio vuoto che Maxin aveva lasciato sullo scalino delle Vigne. Era stato allora che aveva deciso di restare. Non voleva staccarsi dai suoi amati strazetti, perché solo lì si sentiva veramente a casa. E poi non avrebbe disturbato nessuno: se ne sarebbe stato lì, in silenzio, come sempre, ad osservare e ricordare. Non conosceva altro modo per vivere, e più di tutto lo spaventava quello che avrebbe potuto trovare al di là. Ma era arrivato il momento di decidere, e quella decisione aveva il volto di un bambino con due buffi denti da coniglio.
Il mattino seguente, il remescio dei caroggi iniziò presto, e parve andare avanti come sempre, con i soliti odori di pesto e di focaccia calda, i pettegolezzi delle portinaie e i mugugni della gente. Sembrava una giornata qualsiasi, fatta di gesti inconsapevoli e di esistenze distratte. Tuttavia, accadde che più di un passante, come attratto da una forza invisibile, posasse lo sguardo sul gradino di marmo che era stato la casa di Maxin. E ci fu anche chi ricordò un barbone, che fino ad alcuni anni prima era solito sedere in quel luogo, ad osservare lo scorrere della vita altrui. Era un povero vecchio malandato, in apparenza ombroso e malinconico, ma con due occhi sorprendentemente vivi, di quelli che non si dimenticano, se si ha il privilegio di incrociarli anche per un solo istante. L’ultimo viaggio di Maxin gli aveva finalmente regalato l’immortalità, quell’immortalità che lui aveva creduto di ottenere restando ancorato ad una parte della sua esistenza terrena, senza sapere che, in quel modo, non avrebbe fatto altro che prolungare all’infinito la sua solitudine ed il suo senso di inutilità. Ora, invece, sarebbe vissuto per sempre nei ricordi della gente, gli stessi ricordi che erano stati il nutrimento della sua anima per così lungo tempo. Era stato sufficiente un po’ di coraggio. E il cuore puro e coraggioso di un bambino speciale. Da allora, i caroggi hanno uno spettro in meno. E un fiore in più: una semplice margherita selvatica, colta da una mano infantile, che la offre al vento di Genova, insieme con una preghiera.

Giorgia Santiccioli

di Francesca Mazzucato

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