Magazine Venerdì 23 aprile 2004

Il vecchio e il bambino

Magazine - Un pallido sole novembrino stava tramontando fra i tetti dei caroggi e sui panni freschi di bucato, che fluttuavano nell’aria come fantasmi, appesi alle corde tese tra i palazzi. Dalle cucine delle trattorie cominciava a diffondersi il profumo del pesto, mentre il trambusto delle stoviglie si mescolava alle voci dei passanti, che mugugnavano chi per il freddo, chi per l’accorciarsi delle giornate, chi perché aveva avuto una settimana pesante sul lavoro, il tutto nel rispetto del più autentico stile genovese. Tommaso, detto Maxin, osservava questo brulicare di vita in silenzio, seduto davanti al portale della chiesa delle Vigne, aspettando, come ogni sera, la chiusura dei negozi, che avrebbe riportato lentamente la calma, lasciando che il silenzio tornasse a riprendersi l’anima dei vicoli. Maxin non si stancava mai di assistere a questa trasformazione, anzi, ne restava sempre affascinato. Era come tornare indietro nel tempo. I caroggi ormai vuoti si riempivano, nella sua immaginazione, di uomini in abiti ottocenteschi, che conducevano al braccio signore in crinoline, passeggiando con aria altezzosa, e conversando in un genovese forbito, il quale si mescolava a quello più popolare parlato dai bottegai e dalle serve, come allora si usavano definire le domestiche. E poi c’erano i canti delle bûgaixe, le lavandaie, che animavano i trogoli di Via Madre di Dio, le cui acque gelide seccavano la pelle delle mani, fino a farla sanguinare. In quei luoghi, e tra quei visi a lui così familiari, Maxin si rivedeva bambino, con le braghe corte, tenute su dalle bretelle e rattoppate un po’ ovunque, mentre inseguiva qualche lucertola o giocava ai “cavalli marci” con gli altri ragazzini del quartiere. Erano tempi a lui molto cari, ed il fatto di poterli rivivere ogni notte bastava a regalargli l’illusione di un briciolo di felicità in quell’esistenza così solitaria, nella quale i giorni si susseguivano sempre uguali, senza mai nessuno con cui scambiare una parola o condividere un ricordo.

Anche quella sera d’autunno non sembrava diversa dalle altre. Maxin se ne stava seduto sullo scalino del sagrato, con l’espressione beata di chi ha davanti agli occhi un’immagine piacevole, mentre l’aria si faceva sempre più pungente e la bruma notturna inumidiva le strade, rendendole scivolose. D’un tratto Maxin si vide di fronte un bambino dall’aspetto sparuto che, sbucato all’improvviso come un folletto dei boschi, stava in piedi davanti a lui e lo fissava. Inizialmente, pensò che facesse parte del suo sogno ad occhi aperti, ma ben presto si rese conto che si trattava di una persona reale, in carne ed ossa. Ancora incredulo, si stropicciò gli occhi e li riaprì lentamente, credendo che la piccola figura si sarebbe dissolta insieme con le sue fantasie. Ma il ragazzino era sempre lì, e continuava a guardarlo. Doveva avere circa dieci anni, indossava un paio di jeans logori ed un maglione di lana grossa, lei cui maniche, troppo lunghe, scendevano fino a coprirgli quasi completamente le piccole mani, arrossate per il freddo. Aveva l’aria spavalda e non sembrava affatto spaventato di trovarsi da solo, di notte, in giro per i vicoli. “Non è possibile che guardi me” disse tra sé Maxin. Non era abituato ad essere osservato: era sempre lui ad osservare. Non ricordava nemmeno più l’ultima volta in cui qualcuno aveva scambiato una parola con lui. Del resto, a chi poteva mai importare di un barbone che dormiva davanti ad una chiesa? Ma quel bambino sembrava interessato proprio a lui. “Ciao, mi chiamo Paolo. Tu sei Maxin, vero?”, esordì il piccolo, lasciandolo ancor più sbalordito: non solo non aveva paura di lui, ma conosceva addirittura il suo nome. “Sì, sono io...”, sussurrò il vecchio, un po’ titubante, “Ma tu come fai a saperlo? Non mi pare di averti mai visto prima d’ora!” “Il nonno Genio era tuo amico, e mi parlava sempre di te.”, rispose il ragazzino con estrema naturalezza ed un grande sorriso, dominato da due grossi incisivi, che lo facevano somigliare ad un piccolo roditore. “È incredibile”, pensò Maxin, “questo bambino sembra il ritratto di Genio alla sua stessa età!”.

di Francesca Mazzucato

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