Magazine Venerdì 16 aprile 2004

L'Acquavio di Genova



Caricarono Berenice sul portapacchi, l’auto era una Renault 4, sgangherata ma decisa, e partirono.
Solo che la stessa città, lui che era abituato a percorrerla in bicicletta, in macchina sembrava proprio un’altra cosa. Gli incroci e le vie che percorreva tutti i giorni rivelavano insidie nuove e cartelli stradali di cui non si era mai reso conto, mentre quelli che vedeva tutti i giorni li perdeva a causa della velocità. E le auto passano in strade dove solitamente lui, con la bici, non si fidava neppure a mettere il naso. Madelòn, poi, non facilitava per niente il suo compito di navigatore: guidava come un pilota di Formula 1, si appropriava di precedenze, sorpassava a destra, a sinistra e se poteva pure da sopra. Per lei i semafori o erano rossi o erano verdi, il giallo non esisteva.

Il povero Piramo si trovava così perso in un groviglio che non conosceva più e la situazione gli sfuggì di mano. Così accade che, invece di imboccare quella benedetta Sopraelevata, si riversarono sulla carrozzabile assieme a tutte le auto dei pendolari dirette in centro. E dai di semafori, e dai di ambulanze, e dai di rallentamenti dovuti a quello che volta a destra, all’autobus che carica persone, a quell’altro che guarda le gambe della signorina alla fermata e non si accorge del verde, l’Acquario non arrivava più. Incontrarono pure un gruppo di operai che scioperavano, con tanto di corteo.

Madelòn cominciava a spazientirsi, «ma dov’è questa Sopvaelevata? Non hai deto che era vicina? Ma tu sei di Genova o no?». Piramo non sapeva che rispondere: «è vicina, è vicina - continuava a dire - solo che c’è traffico». Intanto continuava a guardarsi intorno. Celina per fortuna non piangeva, salutava con la mano tutte quelle persone che vedeva fuori con i fischietti e le bandiere, che cantavano gli slogan. Qualcuno le rispondeva.
Alla fine, però, Piramo riconobbe qualcosa di familiare, due torri, dei merli ghibellini, una nave adagiata sul porto: «Eccolo!». «Che cosa?» disse Madelòn quasi inchiodando con i freni, «Ecco l’Acquavio! (anche lui alla fine aveva preso la erre moscia). Gira a destra! Ci siamo!». Celina, appena sentì la parola Acquario, cominciò a ridere e a saltare legata sul suo seggiolino e a mormorare qualche parola in francese, più o meno le stesse cose che dicono anche i bimbi italiani quando sono felici ma non sanno ancora parlare.

E così quei tre passarono tutta la giornata all’Acquavio di Genova. Celina vide le foche e i delfini, Madelòn vide sorridere Celina e fu felice. E Piramo, che s’era dimenticato che quel giorno c’era lo sciopero generale nazionale totale, alla fine non era più andato a lavorare.

Giacomo Revelli
di Daniele Miggino

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