Magazine Venerdì 16 aprile 2004

L'Acquavio di Genova



«Senti, pardonne muà, mesieu, sil vou plè, dove posso tvovare Acquavio di Genova?». Al volante una donna magrebina con i capelli a trecce e gli occhi lucidi, che con una mano guidava e con l’altra tendeva un pupazzetto alla figlioletta, legata come un salame al sedile posteriore. Targa dell’automobile: francese. L’Acquario? Beh, no, l’Acquario è esattamente dall’altra parte della città! Le rispose Piramo, sorpreso che si cercasse l’Acquario proprio lì, in mezzo ai capannoni della Fincantieri o all’altoforno dell’Ilva. «Beh, guarda - le disse - devi girarti indietro e andare sempre dritta in direzione centro città, non ti puoi sbagliare, trovi le indicazioni».
La bimba, come accorgendosi di un ennesimo errore di direzione e vedendo sfumare il sogno di vedere le foche, i delfini e tutto il resto, cominciò ad emettere un sibilo che nulla aveva da invidiare a quello delle ambulanze della Croce Bianca di Cornigliano.
«Oh, basta Celina! Basta - le disse la mamma - Ora siamo arrivati, è lì l’Acquavio». E poi, rivolgendosi a Piramo: «ma io ho già visto molte indicazioni e le ho seguite ma eccomi qui...vengo da Nizza per far vedere l’Acquavio a Celina!».
«Ti sarai sbagliata, per l’Acquario devi andare sempre dritta laggiù e poi prendi la Sopraelevata e in un attimo ci sei». Piramo sapeva esattamente dov’era l’Acquario, sul Porto Antico, proprio davanti casa sua. E gli venne un po’ di nostalgia di casa, a sentirne parlare lì, in quel posto ostile e grigio della periferia, anche se era appena uscito per andare al lavoro.
«Ma...dove è la Sopvaelevata? Chesc’sé la “Sopvaelevata”?» la signorina insisteva, e con accento squisitamente transalpino. Giustamente non aveva mai sentito parlare della “Sopvaelevata”, a Nizza non ne hanno bisogno.

«La Sopraelevata è la strada che passa sopra tutte le altre strade di Genova, disse Piramo, la prendi e vai dove vuoi in cinque minuti, e che panorama, si vede tutta la città»
. A dire la verità Piramo, abituato come era a scorrazzare in bicicletta, alle strade secondarie e possibilmente pedonali, ai vicoli, ai sottopassi, prendere la Sopraelevata non sapeva proprio che cosa volesse dire. Sì, ci era stato una volta con l’autobus, in uno di quei viaggi organizzati dove poi ti vendono le pentole, ma per anni, poi, basta. Avrebbe voluto eccome ritornarci su, ma con Berenice, pedalando, chissà che emozione. E invece c’era il divieto, proprio lì, all’imbocco, una bicicletta cerchiata e sbarrata di rosso: “io non posso entrare”. Però dalla sua soffitta in via Pré vedeva tutti i giorni i piloni azzurri della Sopraelevata e sentiva quell’incessante rumore di automobili che sfrecciavano veloci evitando le grane del Centro Storico. E il solo pensiero di tornarsene a casa invece di restare lì in quel posto grigio e senza il mare gli risvegliò dentro un motto di ribellione e libertà, tanto che alla fine disse alla ragazza al volante: «Come ti chiami?». «Madelòn», lei rispose. «Bene Madelòn, se vuoi te e Celina vi ci porto io all’Acquario, ci andiamo insieme». «Oh! Mesieu! Davero? L’Acquavio! Mersì, mersì!».

di Daniele Miggino

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