Magazine Venerdì 16 aprile 2004

L'Aquavio di Genova

Magazine - Di Giacomo Revelli

Le grandi città di oggi, quelle che per attraversarle da capo a capo, anche con l’automobile, ci si impiega più di un’ora e sempre si ha la sensazione di essere quasi arrivati e invece no, ancora un semaforo, ancora un incrocio, ancora un sottopasso. Questi grandi agglomerati, alla fine, non si sa più dove sono davvero, non esistono più.
Pensate, diceva Piramo una volta ai suoi, prendete la cartina di una città qualsiasi e osservatela: dove comincia? Dove finisce? Dov’è il centro e dove la periferia? Ogni città ha la sua forma caratteristica: a macchia d’olio, a splash di ragù, a scacchiera, a girella, a forma di mezzaluna o di stella cometa, ma è sempre più difficile distinguerla da un’altra, ormai sono tutte attaccate. Prendiamo ad esempio Genova: oblunga. Compressa tra il mare e i monti, s’è espansa sulla costa inglobando tanti altri piccoli paesi. Lentamente, come un polpo, come un’edera, ha tagliato via le differenze, le periferie tra Pegli e Voltri, tra Quinto e Sturla. Se non sei con uno del posto non è che ti accorgi di essere lì o essere là, sei a Genova e basta, sei a Genova per quasi ottanta chilometri.

E, in effetti è proprio così. Le città di oggi fai prima a saltarle che a girargli intorno, non finiscono più. Quando non sono allungate sulla costa, si va per cerchi concentrici dentro le tangenziali, si viene inghiottiti dai raccordi anulari, dalle varianti, dalle circonvallazioni. Uno arriva a Milano e ci mette poi ancora una vita per arrivare a Milano. Quando leggete scritto “Genova” su un cartellone a Pra, il pesto e la Lanterna sono ancora ben distanti, anche se nella vostra mente ce li avete già. Il concetto stesso di “centro”, pensava Piramo, è assai discutibile, fluttuante, relativo. E, visto da fuori, dall’esterno, dall’alto di Spianata Castelletto, il centro sembra un acquario silenzioso, i rumori delle auto che giù rombano ai semafori, lassù non arrivano, tutte corrono allo stesso modo, in percorsi muti e ignoti, come pesci rossi.

La maggior parte dei tracciati percorsi dalle persone nella vita di tutti i giorni, però, non include il centro della città, anzi, alcuni se ne guardano bene, per evitarsi un esaurimento nervoso. Eppure del centro si ha bisogno, il centro è la vera città, tutto il resto sono strade che portano in centro, tunnel che portano in centro, superstrade e sopraelevate che portano in centro. Grandi cartelloni sulle autostrade indicano le bellezze del centro delle città, anche se poi ci sono altri segnali che indicano accuratamente come evitarlo e buttarsi in tangenziale. In centro ci sono i negozi più belli, i monumenti più antichi, gli uffici e le sedi delle aziende più importanti. Guai a mettere la sede di una grande impresa in periferia, sarebbe come dire che non c’è, che non esiste.

Solo la TecnoInfoStradivarji s.p.a, la ditta per cui Piramo lavora, ha sede nell’estrema periferia di Genova. Così, tutti i giorni, lui e Berenice si sobbarcano circa dodici chilometri di viaggio all’andata e dodici al ritorno, che è un bell’andare. Si può ben dire che Piramo viva alla rovescia: quando al mattino tutti i pendolari arrivano in centro e i treni stracolmi li riversano sulle banchine della stazione come la schiuma dalla tazza del cappuccino, lui e Berenice partono per raggiungere l’altro estremo del pendolo, un posto chiamato Multedo. Viceversa, quando il traffico alla sera è intasato di automobili che scappano dalla città, sulla solitaria corsia di via Cantore in direzione levante compare la sua sagoma ciancicante sui pedali, assieme a qualche autobus sparuto di viaggiatori, mentre nell’altro senso magari c’è la fila. E non è il solo in questo continuo travaso, sono in tanti: dal letto ai sedili delle auto, dalle auto alle scrivanie dell’ufficio, dalle scrivanie di nuovo alle auto o ai sedili “fintapelle” dei treni ad alta frequentazione e poi da quelli alle sedie della cucina per la cena, alle poltrone del salotto per la TV, poi di nuovo il letto ed ecco, si ricomincia.

Piramo, però, era l’unico ad avere introdotto, in questa ininterrotta catena del sedile, la sella di una bicicletta. Accadde così una mattina che, quasi arrivato a destinazione - già sullo sfondo un po’ annebbiato tra un capannone industriale abbandonato e le colonne della gasiera di Voltri, s’intravedeva il giallino della palazzina della TecnoInfoStradivarji s.p.a. - un’automobile richiamasse la sua attenzione con un timido colpetto di clacson. Non fu una strombazzata, a quella Piramo avrebbe certamente risposto con un deciso dito medio, ma qualche colpetto, giusto per dire ehi, scusami, sono qui, ascoltami. E Piramo allora frenò un poco e accostò sulla destra, seguito dall’utilitaria color turchino.

di Daniele Miggino

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