Magazine Martedì 13 aprile 2004

Una vita spavalda

Andare ai resti, nel gergo pokeristico, significa giocarsi tutto. Emilio Quadrelli ha voluto intitolare così il proprio libro sulle batterie, formazioni giovanili che, sul finire degli anni ’60 hanno "fatto irruzione" nelle città prima e nelle carceri dopo. È veramente un’impresa impossibile illustrare il contenuto del volume in poche battute e allo stesso tempo rendergli il merito che si è guadagnato.

Il fil rouge della sua analisi è costituito dalle vite di ragazzi che hanno deciso di mettersi contro il mondo a modo loro, formando gruppi armati, facendo rapine, affrontando le istituzioni a viso aperto. Molte cose li distinguono sia dalla malavita tradizionale che da quella di stampo politico. Intanto un senso di uguaglianza e uno spirito di corpo del tutto inusuali in qualsiasi altra formazione.
Per molti detenuti "tradizionali" la vita dentro il carcere era (ed è) una cosa normale, la continuazione della vita "fuori". Sia da parte delle istituzioni che di gran parte dei detenuti, il modello di relazione sociale è, perciò, identico. Legge del più forte, rispetto della gerarchia, compromesso, sottomissione. Tutte cose che non rientrano nella filosofia di vita dei ragazzi delle batterie. Loro non ci stanno. Fuori affrontano le forze dell'ordine con spalvalderia e senso di sfida, una volta dentro non pensano ad altro che a riconquistare la libertà.

Nella quarta di copertina si legge che l'autore ha provato sulla propria pelle la vita in prigione. Eri nelle batterie?«No, io no». L’analisi assume, in ogni caso, una prospettiva diversa, interna. Alessandro Dal Lago ha recentemente accennato ad un progetto: far fare ricerca sociologica ai detenuti sul mondo esterno. Una visione del mondo completamente ribaltata. «Non ci si inventa niente. Questo è un modo di fare ricerca che all’estero funziona da tempo, pensa a Bourdieu. In Italia sono ricerche “nuove”, ma sarebbe ingiusto prendercene tutto il merito. Abbiamo un grande debito con Foucault, con Fofi e Montaldi, che hanno scritto sull’immigrazione dal meridione».

Il libro di Quadrelli nasce da un lavoro condotto insieme a Dal Lago, La città e le ombre, una ricerca condotta per gran parte a Genova, in un mondo al confine tra legalità e illegalità. «Andare ai resti è una costola di quel libro, nasce da quella idea di analisi. Volevamo approfondire il discorso su legalità e illegalità da un punto di vista meno formale e più empirico. Se guardi la legge, illegale è qualcosa che contravviene a una norma. Tuttavia, le idee che girano intorno al concetto di "illegale" sono molto più complesse». Molte persone "perbene" si avvantaggiano sempre più spesso di pratiche illegali, ma altre sono le categorie di persone bollate come illegali. «Anche Tanzi ha avuto a che fare per anni con l’illegalità, eppure...». Eppure non ha questa bollatura. A questo si collega la distinzione tra classi laboriose e classi pericolose. Il discorso che attraversa le vite spese “in batteria”, diventa una critica dei modelli di governo. Quadrelli illustra in modo molto chiaro come questi «modelli di amministrazione della realtà» siano passati dal carcere alla società. «Uno dei più grossi limiti della ricerca scientifica in questo campo è costituito dall’avere approccio filosofico-politico più storico-politico. Anche in questo caso, la lezione di Foucault è stata molto sottovalutata».

Nel racconto/analisi si alternano interviste a detenuti (o ex) a riflessioni sociologiche. Andare ai resti non è un libro facile, non è corto, in compenso è molto denso e ricco di storie e di idee. Non è facile da capire, ma offre molti spunti di riflessione.
Utilissimo il glossario, da andare a spulciare mentre si leggono le interviste, quando non si capisce cosa vuol dire “fare la bella” (evadere) o “avere un pezzo” (una pistola).

Sicuramente non sono riuscito a rendere onore al libro nella maniera in cui merita.
Se sono riuscito anche solo ad incuriosirvi, andate a vedere la presentazione del libro, che farà l’autore stesso lunedì 19 aprile - alle ore 21 - al Circolo Mascherona di Salita Mascherona.
di Daniele Miggino

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