La tripletta del Milk - Magazine

La tripletta del Milk

Concerti e Nightlife Magazine Lunedì 5 aprile 2004

Magazine - Benché non fossero l’attrazione principale del Milk per giovedì 2 aprile, direi che i berlinesi Kate Mosh si siano aggiudicati, a mio giudizio, la palma della serata. Il quartetto ha inanellato in un’ora circa il miglior Bignami Indie rock degli ultimi quindici anni. Attenzione, questo non li svaluta affatto perché quando l’interpretazione è tanto personale e fluidifica tutti i sottogeneri del gran calderone indipendente in una corrente fresca come la loro non si può che rimanerne estasiati. I Kate Mosh sono stati ballabilissimi, canzoni strutturate in maniera mai prevedibile, ma tendenti anzi verso soluzioni melodiche o rumoristiche, a seconda dell’esigenza, originali ed intelligenti. Sound duttile che spaziava tranquillamente dalle ritmiche “spensierate”dei Weezer alle squadre di alluminio (più raramente) dei mai dimenticati Helmet. Dentro i K.M. ci pescavi di tutti, dai break alla Lee Ranaldo fino al Seattle sound più commerciale. Bravi, bravi bravi.

I New Black invece proprio esplosivi non li ho trovati. Sarà stata colpa del sound che si incartava in un magma punk oppure sarà che, non conoscendo le canzoni, faticavo a comprenderne la struttura; per fare un esempio, non riuscivo a dipanare il suono delle tastiere. Il cantato poi…A me Le tigre, il lesbo-punk e il gospel ye-ye non sono mai andati giù, perché benché distanti tra loro, mi hanno sempre dato l’impressione di mascherare mancanza di idee con ideologie vaghe e all’acqua di rose…Boh, non so, se andassi a Chicago preferirei andare ad un peep-show con Steve Albini che andarmi e vedere un altro concerto dei New Black…ehm, forse è un concetto un tantino off-topic, ma rende l’idea.

L’apertura della serata è toccata invece al concittadino Mass Prod che, come nel caso dello scorso giovedì (con Eniac) avrei messo invece a chiuderla. Dance or die con volumi da capogiro. Mass prod è un Alec Empire in erba che, secondo me, riesce brillantemente a coniugare i terremoti digitali con la disco anni ottanta. Impresa non da poco, ma nel suo caso ben studiata e calibrata. A quanto ho capito, tra i suoi progetti c’è quello di inserire le sue performances all’interno di installazioni multimediali. Lo vedo bene questo giovane di belle speranza. Speriamo.

Marco Giorcelli

Foto sopra i New Black, sotto i Kate Mosh

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