Concerti Magazine Martedì 9 gennaio 2001

Due anni senza De André

Due anni fa moriva Fabrizio De André. Era l’undici gennaio 1999. Con lui un’immagine della nostra città. Perché anche dopo anni di esilio dorato in Sardegna Fabrizio era così infinitamente genovese. Sorriso raro, per non dire assente, e mai una parola detta senza pensarci. Sedicimila persone a Carignano per l’ultimo applauso alla sua dignità. Alla televisione scorrevano interviste ai suoi amici di sempre, fra tutti campeggiava Villaggio che parlava del loro strano “rapporto padre-figlio” e del periodo d’oro. Genova negli anni ’60, quando non si sa come tutte le idee sembravano partire da qui, ovunque era fermento, e le radio libere riempivano l’aria di canzoni belle e intelligenti come “bocca di rosa”.
Da genovese e da artista, ho sempre provato una specie di risentita malinconia per quel periodo aureo. E dovevo ancora nascere. Chissà quelli che lo hanno vissuto. Ma se Villaggio dopo la grande intuizione di Fantozzi ha continuato anche negli ultimi anni a sfornare film di bassa qualità, Fabrizio non è mai sceso di livello. Nelle interviste diceva -se non hai niente di speciale da cantare, non cantare.- E così usciva un disco ogni cinque anni, ma un disco da Grande Maestro. Mai fatto un solo inchino alla compiacenza del denaro: fortuna sua lui non ne aveva bisogno. Come non ne ha bisogno Simone Callegari, il disoccupato-benestante imperiese che fino all’ultimo ha tentato di rilanciare a 170 milioni per aggiudicarsi all’asta la chitarra chiesta a gran voce dai genovesi: -non sono un figlio di papà- obietta, mentre suo padre stanzia 200 milioni per accontentarlo. Sembra uscito da “Ottocento”, dalle rime del suo amato poeta:
Figlio bello e audace,
bronzo di Versace,
figlio sempre più capace

Ottocento, novecento,
millecinquecento scatole d’argento
Fine settecento ti regalerò

Si è deciso, alla fine, che la chitarra resterà in via del Campo. Stanno organizzando una scorta armata che ogni giorno custodirà la reliquia, come non pensare a quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi? Fabrizio ha cantato tutto quello che si doveva cantare. Per questo è ancora qui, e ci resterà, immortale come la poesia. A chi ama la sua musica rimane, mi auguro, un po’ di amara nostalgia: per il tempo in cui le canzoni raccontavano storie, disegnavano immagini, esigevano di essere ascoltate.
Come commenterebbe De André la situazione della musica italiana oggi?
Non la commenterebbe.
Tutto al più da “Ottocento” dedicherebbe a tutti i D.J. lo Jodel del finale.
Il tempo delle canzoni è andato?
Und Alka-Seltzer fur dimenticar.

E' in atto un vivace scambio di idee nato dalle divagazioni sui possibili usi della sacra chitarra:
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se volete un sito:
digilander.iol.it/alefrego/De%20Andre.html

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