Magazine Martedì 23 marzo 2004

Vite senza lieto fine

Serial killers, pedofili, delitti passionali, suidici, abusi sessuali, maltrattamenti, devianze di ogni genere, ma anche gente “normale” che perde il filo della ragione, vittime che reagiscono a soprusi e capri espiatori. Di mestiere Marco Lagazzi fa lo psichiatra forense, colui che è chiamato a stabilire se una persona che si è ficcata in guai piuttosto grossi è sana di mente oppure no. Anche lui, come e prima del giudice, deve decidere della vita di altre persone. Non è un lavoro facile. Chi in qualche modo subisce il peso del ruolo che ha, non regge per tanto.

Forse per alleggerire il peso della responsabilità, forse per rendere giustizia alla disperazione che ha incontrato, o forse per entrambe le ragioni, Marco ha iniziato a scrivere racconti. Il risultato - - è stato presentato ieri, lunedì 22 marzo, presso la libreria Fnac, dall’autore e da Laura Guglielmi, grazie alla quale - afferma nella dedica - ha iniziato a scrivere.

Prima ancora di iniziare a fornirci il nostro su mentelocale.it, aveva già iniziato a buttare giù brevi storie di follia, spaccati di vita che si trasformano improvvisamente in tragedie. Molti sono ambientati in vie o su autobus genovesi, e perciò a noi familiari. Molti sembrano dire, “la vita a volte è così”, senza enfasi, senza toni tragici, con la semplicità dello sguardo disilluso e la lucidità del medico. In molte storie esce fuori la figura autobiografica del “peritino”, che deve decidere su cose più grandi di lui come di qualsiasi essere umano; che anche dopo una perizia senza ombra di errore, non è sicuro di aver fatto giustizia con la G maiuscola.

La prima domanda sorge, così, spontanea e Laura non esita a fargliela.
Perché hai deciso di fare questo mestiere?
«Mah, non credo che una persona sana di mente possa decidere di diventare psichiatra forense. Come per moltre altre professioni, capita, per coincidenze, occasioni. All’inizio si è affascinati. Ma ben presto ci si rende conto che le responsabilità sono grandissime. Si decide della vita di altre persone, come una specie di dio minore. Se ti fermi a pensare al valore delle tue decisioni, ne vieni sopraffatto. È molto dura».

Quali sono i casi che ti hanno colpito di più?
«Hai quindici giorni perché possa elencarteli tutti? Sono tanti, troppi. Una bambina di cinque anni, un 23 dicembre, ci ha chiamati per confessare gli abusi subiti dal padre, per esempio».

Se non avessi fatto lo psichiatra che cosa avresti fatto?
«Un mio professore mi diceva sempre che potevo fare il politico o il giornalista. Per il primo non saprei da dove cominciare. Ora sto provando a scrivere».

Come mai la scrittura?
«Perchè è autoterapica, per chi scrive. Aiuta molto. E poi ora che vedo le persone staccarsi dalla mia esperienza e diventare "personaggi" mi sembra di avergli reso un po' di giustizia». Si è parlato molto della stretta relazione tra l’esperienza diretta di Marco e i soggetti dei suoi personaggi. Una voce quanto mai competente che riversa la propria memoria in prosa. Questo lo differenzia, per esempio, da molti scrittori noir che prendevano spunto dai giornali, dalla conaca, ma mai da fatti vissuti di persona.

Quali sono i tuoi referenti letterari?
«Il genere noir mi ha sempre dato un po’ fastidio, per l’autocompiacimento dell’autore che si trova spesso fra le righe. Sicuramente Marlowe, ma anche Flaubert…».

Hai lavorato a casi che hanno toccato un pubblico molto vasto, come i crimini nella ex-Jugoslavia, che esperienza ne hai tratto?
«Vedi, la gente che ho incontrato aveva commesso crimini bruttissimi. Ma quando conosci la loro vita capisci che sono vittime di un sistema. Questo non li assolve, ma nemmeno toglie quella sensazione oppressione che il verdetto dovrebbe eliminare».

Dalla platea, un collega ringrazia Marco per il piacere che gli ha dato leggere il suo libro. Poi si corregge, è stato uno strazio. Quindi conclude, «ti ringrazio per avermi dato il piacere di leggere un bel libro, nonostante l’ansia che impongono i contenuti. Un lieto fine ogni tanto ce lo metteresti?». La domanda è scherzosa, ovviamente. Ma una cosa è certa, i racconti non lasciano alcuno spazio all’ottimismo. Mai. «È che il lieto fine a me non piace».
Poi, però, incalzato dalla platea, promette. C’è un altro romanzo “cattivo cattivo” in cantiere per il signore degli incubi, ma forse un abbozzo di lieto fine ci sarà…

Nella foto: Marco Lagazzi e Laura "la capa" Guglielmi
di Daniele Miggino

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